di
Francesca Basso
Come si posizionano i leader e gli Stati su energia, mercato unico, risparmi, investimenti
DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
BRUXELLES – I leader dei Paesi Ue oggi discuteranno di come rilanciare la competitività europea, indispensabile per raggiungere l’autonomia strategica da cui l’Unione non può più prescindere nello scenario geopolitico che si è creato con Trump alla Casa Bianca. Sono anni che gli Stati dibattono di competitività senza risultati, anche dopo che Draghi e Letta hanno presentato i loro rapporti in cui hanno analizzato le cause e indicato le soluzioni. I temi centrali sono il completamento del Mercato unico, l’Unione dei risparmi e degli investimenti e l’Unione energetica: gli Stati dovranno accettare di rinunciare ai molti interessi acquisiti che li frenano dall’agire. Esistono ancora troppe barriere tra i Paesi e anche barriere interne. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha spiegato che, se necessario, si dovrà ricorrere alla cooperazione rafforzata. Parigi, Berlino e Roma sono allineate sull’Unione dei risparmi. Ma per partire serve che anche piazze finanziarie come Lussemburgo e Irlanda siano d’accordo.
Sul debito comune, frugali contro Sud
Fino a circa un anno fa l’ipotesi di contrarre debito comune era una faglia profonda che divideva Germania, Olanda e i Paesi del Nord Europa (i cosiddetti «Frugali») dai Paesi del Sud, ovvero l’Italia, la Spagna, la Grecia e il Portogallo, ma anche la Francia. Il presidente Macron ha rilanciato l’idea di recente. La guerra in Ucraina ha sparigliato le carte e la necessità di ingenti investimenti per la sicurezza europea ha portato alcuni Paesi, come Danimarca e Finlandia, ad aprire al debito comune per la difesa. Gli eurobond in astratto sono però un tabu. Germania e Olanda restano contrarie a contrarre debito comune da trasferire sotto forma di grants — soldi a fondo perduto — agli Stati membri. Diverso è se si tratta di prestiti. Qualcosa però sta cambiando. E lo dimostra l’apertura del presidente della Banca centrale tedesca Joachim Nagel a «un asset di riferimento sicuro comune europeo, altamente liquido e valido per l’intera area dell’eeuro.
La tutela del Made in Ue tra protezionismo e rilancio dell’industria
È uno dei cavalli di battaglia del presidente francese Emmanuel Macron: la cosiddetta «preferenza europea», ovvero clausole di salvaguardia, incentivi quando i contenuti industriali hanno una certa quota di Made in Ue e acquisti di materiale europeo (il «buy european»), per proteggere le imprese Ue.
Per Parigi la preferenza europea è legata all’autonomia strategica, a cui l’Unione deve aspirare con urgenza da quando alla Casa Bianca c’è Trump. In linea di principio tutti i Paesi vogliono difendere la propria industria — la Spagna sostiene l’autonomia strategica — ma ci sono sfumature.
L’Italia ha una posizione cauta a seconda dei settori. Berlino propone un «made with Eu» per lasciare aperta la porta ai partner commerciali dell’Ue. Lo scontro più forte è stato sul prestito da 90 miliardi all’Ucraina: Parigi voleva limitare l’uso dei fondi alle armi europee, Berlino, L’Aia, Varsavia e altri volevano includere anche acquisti da Paesi extra Ue (Usa e Regno Unito). Ha vinto il compromesso.
Green Deal: la divisione è sull’elettrificazione dell’automotive
Uno dei dossier più divisivi è quello del Green Deal. La nuova Commissione Ue si sta concentrando sul Clean Industrial Deal, dove l’accento è posto sull’industria e sulla necessità di renderla competitiva proseguendo nella transizione verde. Sull’automotive, però, si scontrano visioni diverse. Germania e Italia, insieme a Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, hanno portato avanti una battaglia per eliminare il bando del motore endotermico dal 2035. Francia e Spagna, ma anche Danimarca e Olanda, difendono l’elettrificazione del settore. Su un punto però i ventisette Stati membri sono d’accordo: è necessaria una semplificazione normativa per ridurre gli oneri burocratici che appesantiscono le imprese. Sul come farla, le posizioni divergono. Germania e Italia sono a favore di una «deregulation». La Spagna è favorevole a un approccio più cauto. Ma anche Danimarca, Finlandia e Svezia, che difendono le politiche verdi, chiedono uno snellimento.
Prestito all’Ucraina: i no di Budapest, Bratislava e Praga
È indicato come esempio riuscito di cooperazione rafforzata, ovvero di decisione presa da alcuni Paesi Ue senza aspettare l’unanimità tra i Ventisette: è il prestito da 90 miliardi di euro a favore di Kiev deciso nel dicembre scorso. Lo stallo è stato superato perché Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno accettato, purché ne fossero esentate, che sul prestito l’Ue procedesse con una cooperazione rafforzata.
L’Ucraina è anche il tema in cui si sono visti più format in azione, a partire dalla Coalizione dei Volenterosi, impegnata nella definizione delle garanzie di sicurezza, che comprende Paesi non Ue come la Norvegia, la Gran Bretagna, il Canada. Dentro l’Ue le posizioni sono differenti. Germania e Italia sono contrarie a inviare truppe per garantire la pace, mentre la Francia ha aperto. Ma ci sono posizioni differenti anche sull’allargamento, con i Baltici che spingono per accelerare, Germania, Italia e Polonia più caute. Ungheria contraria.
Mercosur, il no insormontabile di Francia, Polonia, Austria e Irlanda
La guerra commerciale intrapresa da Donald Trump nei confronti dell’Ue ha impresso una forte accelerazione agli accordi di libero scambio con Paesi terzi o gruppi di Paesi terzi. Non sono mai stati negoziati facili perché si tratta di trovare il giusto equilibrio tra apertura e protezione dei diversi settori economici (industria, agricoltura e servizi). L’accordo chiuso tra l’Unione europea e i Paesi del Mercosur — Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay — ha però spaccato le tradizionali alleanze all’interno dell’Unione, complice la dura protesta del mondo agricolo. Il no granitico della Francia, insieme a quello di Polonia, Austria e Irlanda, ha rappresentato una frattura forte con i Paesi a tradizione esportatrice, primi fra tutti Germania e Olanda, oltre ai Nordici. L’Italia ha giocato la sua battaglia, consapevole che per la propria industria bocciare l’intesa sarebbe stato controproducente ma intenzionata a mettere il più possibile in sicurezza il proprio comparto agricolo.
11 febbraio 2026
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