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Era il 1877 quando l’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli notò per primo dei solchi lasciati da antichi corsi d’acqua sulla superificie di Marte, che definì canali, tradotti ‘canals’ in lingua inglese, termine che indica corsi d’acqua artificiali. Per questa parola, si generarono teorie del complotto destinate a durare nel tempo, secondo le quali, l’acqua presente sul pianeta rosso, seguiva vie create da abitanti autoctoni. I marziani.


APPROFONDIMENTI

Tuttavia, studi successivi hanno poi confermato che su Marte di acqua ce n’era in abbondanza, e non solo in superficie, ma soprattutto nel sottosuolo, ricco di minerali modificati dall’azione idrologica. Pertanto, scienziati e astrofisici si sono chiesti per diverso tempo come abbia fatto un pianeta così pieno di questa risorsa a perderla quasi tutta nel corso dei millenni. Uno studio appena concluso, potrebbe aver trovato la risposta

Lo studio

La ricerca, pubblicata sulla rivista Communications Earth & Environment lo scorso 2 febbraio, spiega che Marte potrebbe aver perso la sua acqua per colpa di tempeste di sabbia particolarmente intense e localizzate: simili eventi, sarebbero in grado di trasportare grandi quantità di vapore acqueo fino agli strati più alti dell’atmosfera, dove i raggi ultravioletti ne scindono le molecole, liberando l’idrogeno che poi fugge nello spazio, facendo evapoare di fatto l’acqua.

Il team internazionale che ha condotto lo studio, in cui è coinvolto anche Giancarlo Bellucci dell’Istituto Nazionale di Astrofisica di Roma, ha basato la sua ricerca sui dati raccolti da tre missioni spaziali: ExoMars dell’Agenzia spaziale europea; la sonda Hope degli Emirati Arabi Uniti; e il Mars Reconnaissance Orbiter della Nasa, avvenute in occasione di una forte tempesta di sabbia protrattasi durante l’estate dell’emisfero nord nell’anno marziano 37 (agosto 2023).

In concomitanza con quell’evento, breve ma di un’intensità mai osservata prima, si è registrato un insolito aumento del vapore acqueo nello strato intermedio dell’atmosfera, con valori fino a dieci volte oltre la norma. Pochi giorni dopo la tempesta, il vapore acqueo si è spinto oltre 40 chilometri di altezza nell’emisfero settentrionale, seguite da un aumento dell’idrogeno in ‘fuga’ verso lo spazio. Un fenomeno ritenuto impossibile.

Finora infatti, si riteneva che questo meccanismo fosse rilevante e soprattutto fattibile, durante le stagioni più calde dell’emisfero sud, ma i risultati dello studio dimostrano che anche l’altro emisfero può contribuire alla perdita di acqua, ampliando la finestra temporale in cui Marte può perdere idrogeno dalla propria atmosfera. I ricercatori sottolineano che in passato l’asse del pianeta potrebbe aver avuto un’inclinazione molto più pronunciata rispetto a oggi, favorendo tempeste simili in epoche con climi mediamente più caldi.

Le parole dei ricercatori

«I risultati rivelano l’impatto di questo tipo di tempesta sull’evoluzione climatica del pianeta e aprono una nuova strada per comprendere come Marte abbia perso gran parte della sua acqua nel corso del tempo», dice Adrián Brines, ricercatore all’Instituto de Astrofísica de Andalucía e primo autore dello studio.

«Questi risultati aggiungono un nuovo tassello fondamentale al puzzle incompleto di come Marte abbia perso la sua acqua nel corso di miliardi di anni, e dimostrano che episodi brevi ma intensi possono svolgere un ruolo rilevante nell’evoluzione climatica del Pianeta rosso», conclude Shohei Aoki, ricercatore presso la Scuola di specializzazione in Scienze di frontiera dell’Università di Tokyo​, coautore dello studio.


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