di Chiara Amati

Americana, famosa con «Half Baked Harvest», segue Redmond, asso dello snowboard, ai Giochi di Milano Cortina 2026 e racconta il suo legame con la tavola italiana: «Non è solo cucina, è identità condivisa»

«Cucinare non è mai stato un piano di carriera: solo il modo più semplice che avessi per prendermi cura delle persone. Tutto il resto è venuto dopo».
Classe 1993, di Cleveland, in Ohio, Stati Uniti, Tieghan Gerard è una delle food creator più influenti della sua generazione. Il profilo Instagram – @halfbakedharvest – conta circa 5,4 milioni di follower. Un successo forse dovuto al fatto che è cresciuta in una famiglia molto numerosa, dove la cucina è sempre stata al centro della vita quotidiana. Sette i fratelli dei quali uno, Redmond, oro olimpico nello snowboard slopestyle ai Giochi invernali di PyeongChang 2018 a soli 17 anni, è attualmente impegnato nelle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Proprio tra i fornelli di casa, Gerard ha costruito il suo linguaggio: ricette opulente, comfort food senza timidezze, un’attenzione quasi maniacale alla resa visiva. Nel 2012 nasce Half Baked Harvest, progetto che in pochi anni supera i confini domestici per diventare un fenomeno internazionale e un’impresa digitale solida. Il successo si struttura e si amplia fino a includere libri bestseller, milioni di follower, collaborazioni con grandi marchi. Oggi Gerard incarna una certa idea di cucina americana contemporanea online — immediata, scenografica, pensata per essere condivisa — dove il racconto familiare resta il centro emotivo del piatto.

Gerard, cosa significa crescere in casa tanto affollata?
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Vuol dire vivere in movimento continuo. Impari ad adattarti, a condividere spazio, tempo, attenzioni, a essere intraprendente. E poi ti rende autonoma molto presto, ma allo stesso tempo ti insegna il valore profondo dello stare insieme. In una famiglia XL impari a capire chi sei e a esserci per gli altri. È qualcosa che porto con me ogni giorno nel mio lavoro».



















































Che posto aveva il cibo nella sua quotidianità, dentro e fuori la cucina?
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Era, per tutti, il cuore pulsante della casa. Una presenza continua, concreta, mai ostentata. I pasti segnavano una pausa nel ritmo delle giornate: un tempo di comfort e abitudine, ma anche di ascolto. Quando tutto correva, la cucina restava il luogo in cui fermarsi e ritrovarsi davvero».

Quell’idea di tavola, così vissuta e condivisa, influenza ancora oggi il suo modo di cucinare?
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Senza dubbio. Cucino come se, al momento dei pasti, ci fosse sempre una famiglia numerosa: porzioni generose, sapori netti, piatti che sappiano accogliere. Ogni volta mi chiedo cosa renda davvero appagante un boccone, cosa inviti a fermarsi, a fare il bis, a prolungare la conversazione».

Quanto ha inciso crescere accanto a un fratello atleta olimpico?
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Più di quanto pensassi. Quando vivi da vicino quel livello di dedizione, la disciplina smette di essere un’eccezione e diventa la norma. Impari che l’eccellenza è sì talento, ma anche esercizio quotidiano, pazienza, rinunce. Dietro a ciò che appare facile c’è sempre un lavoro silenzioso e costante, nello sport come in cucina».

Quale insegnamento dello sport applica più spesso al suo lavoro?
«La costanza. L’ispirazione è preziosa, ma non basta: è la disciplina che costruisce davvero. Presentarsi ogni giorno, anche quando le idee non arrivano; occuparsi del lavoro invisibile; rispettare tempi e metodo. È in questa ripetizione silenziosa che una passione smette di essere slancio e diventa struttura, qualcosa di solido e duraturo».

Quando ha realizzato che la cucina poteva diventare un mestiere?
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Non c’è stato un istante preciso, né un piano strategico. È successo per stratificazioni. All’inizio cucinavo per bisogno personale: mi faceva sentire bene. Poi le persone hanno iniziato a tornare, a chiedere nuove ricette, a scrivermi. Quando ho capito che il cibo era diventato un ponte — capace di mettere in relazione la mia cucina con il mondo fuori — ho pensato che forse poteva trasformarsi in qualcosa di più di un amore domestico».

Se dovesse scegliere, cucinare è più espressione, racconto o cura?
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Cura, senza esitazioni. È il gesto più concreto che conosco per occuparsi degli altri: mi diverte apparecchiare, scegliere ingredienti buoni, pensare a cosa può confortare o sorprendere. Il racconto arriva dopo, quasi in filigrana. Ogni piatto porta con sé un ricordo o una emozione, ma alla base resta sempre un atto di attenzione».

Il fallimento più difficile da metabolizzare?
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Più di uno. E in genere sono quelli pubblici. È mortificante quando un progetto a cui ho lavorato per mesi viene ridotto a un titolo o, peggio, frainteso. Esporsi online significa accettare uno sguardo continuo, non sempre benevolo, ne sono consapevole. Non è mai semplice, bisogna lavorarci. Io, ad esempio, ho imparato a tracciare confini più netti e a distinguere le critiche utili dal rumore fine a se stesso».

Lei ha milioni di follower. Come si costruisce la fiducia dopo una battuta d’arresto?
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Tornando al lavoro, con disciplina artigianale. Meno reazioni, più sostanza: bisogna affinare i dettagli, rivedere una ricetta dieci volte, restare coerente, ammettere l’errore. La fiducia non si recupera a parole, ma con continuità e onestà».

Il suo lavoro le garantisce stabilità economica. Come è cambiato il rapporto con il successo?
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Non è successo dall’oggi al domani. Per molto tempo è stato solo lavoro intenso con una buona dose di incertezza. Poi ho capito che non stava solo “funzionando”: stava crescendo. È stato un cambiamento emotivo, oltre che finanziario. Oggi è una responsabilità. Il denaro significa stabilità, ma anche libertà: di rischiare creativamente, sostenere il mio team, costruire progetti a lungo termine».

Cos’è per lei la cucina italiana?
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Chiarezza e misura. È una cucina che non ha bisogno di effetti speciali: bastano pochi ingredienti, trattati con rispetto, per avere un piatto meraviglioso. Ma è anche un’idea profondamente umana del cibo, pensata per la tavola condivisa più che per la performance».

Come vive la permanenza in Italia?
«Meravigliosamente. Sono curiosa, vado alla ricerca dei pasti più semplici, realizzati con ingredienti straordinari. Un piatto di pasta perfetto, il pane fresco, l’olio d’oliva eccellente, qualcosa di stagione che sappia di appena raccolto. Poi ho un debole…».

Dica.
«Amo il ritmo italiano che ti porta a mangiare lentamente, assaporare, trasformare la tavola in un’esperienza. Mi mancherà».

Lei sa che la cucina italiana è patrimonio immateriale dell’Unesco?
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Certamente. Aggiungo che è memoria che si può assaggiare. Le ricette custodiscono identità, luoghi, storie. Non è tradizione fine a sé stessa: spesso i vostri piatti raccontano come le persone hanno resistito, lottato, festeggiato, amato. Trovo tutto ciò davvero affascinante».

Cosa farà dopo la pausa olimpica?
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Tornerò negli Stati Uniti. Ho tante cose che bollono in pentola».

Ad esempio?
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Vorrei lavorare su progetti che abbiano radici, non solo picchi di attenzione. Costruire qualcosa che resti, che non dipenda dall’onda del momento. Mi interessa rafforzare la connessione: riportare le persone in cucina con fiducia, far capire che l’atto del cucinare può essere un gesto quotidiano possibile e leggero. Poi voglio creare piatti belli, sì, ma mai intimidatori — capaci di invitare, di includere. Ho iniziato cucinando per sette fratelli. Oggi la tavola può essere molto più grande. Direi globale. Vale la pena provarci».

12 febbraio 2026 ( modifica il 12 febbraio 2026 | 09:53)