Metto subito le cose in chiaro: adoro la famiglia Adams. No, non quella famiglia Addams, con due D, nonostante ne apprezzi l’impeccabile gusto per l’arredamento. Questa ne ha una sola di D nel cognome, è composta da Toby Poser, John Adams, le figlie Zelda e Lulu ed è altrettanto peculiare. Anzi, se lo chiedete a me, persino di più, perché innanzitutto esiste davvero, fa film insieme come un’attività di famiglia e in questi anni ha dimostrato di avere un modo personale di raccontare l’orrore.
Il mio primo incontro con la famiglia Adams è stato con The Deeper You Dig, che è il loro esordio nell’horror, ma non il primo film realizzato come “collettivo familiare”. Quello era Rumblestrips, un road movie del 2013 che non ho ancora recuperato, quindi chissà. Dopo aver visto The Deeper You Dig mi sono messa a cercare informazioni, perché c’era qualcosa che mi attirava. Il film era una ghost story strana, con un’estetica lo-fi, anche perché girato davvero con due spicci. In parte amatoriale, imperfetto e affascinante per l’immaginario e il modo in cui racconta la genitorialità, soprattutto il rapporto madre-figlia, tenendosi lontano dalle strade più battute. Era un horror intimo, che seguiva una madre sensitiva alla ricerca della figlia scomparsa e affrontava temi quali il lutto e la colpa. Anche l’aspetto produttivo faceva, in qualche modo, parte del racconto. John e Toby hanno iniziato a fare film quando Zelda e Lulu avevano cinque e dieci anni, e il fatto che il cinema facesse parte della loro crescita, come un altro linguaggio imparato in casa, si avvertiva chiaramente. Mi sembrava una roba pazzesca, che vorrei aver vissuto anche a costo di anni di terapia dopo. Io a quell’età mi limitavo a guardare horror, anche se devo riconoscere a mia madre il merito di avermi spiegato cosa fossero gli effetti speciali, quando un giorno ha finto di tagliarsi la mano per mostrarmi che era solo salsa di pomodoro. Ma questa è un’altra storia.
A proposito di impeccabile gusto per l’arredamento.
A ogni modo, spulciando YouTube ho trovato una loro intervista realizzata in occasione del Fantasia Festival e ho capito che non si trattava solo di un nucleo familiare con la passione per l’horror, ma di un piccolo ecosistema creativo in cui tutto si costruiva insieme. Nel vedere questa intervista video, mi aveva colpito l’assenza di gerarchie. Ancora più evidente era lo spazio lasciato da Toby Poser e John Adams, le persone adulte della crew, alla figlia Zelda, all’epoca giovanissima, probabilmente sedicenne, eppure già co-regista a pieno titolo. Nell’intervista prendeva la parola senza mediazioni. Nella sicurezza con cui lo faceva, nel rispettoso silenzio della madre e del padre quando aveva la parola, negli sguardi, traspariva un’indipendenza artistica reale, pur essendo la persona con meno esperienza del collettivo. Sono chiaramente suggestioni personali, ma da quel momento ho iniziato a seguire la famiglia Adams con un affetto particolare.
Ho apprezzato anche i film successivi, pur con i loro limiti produttivi, perché mantenevano uno sguardo laterale sulle cose: Hellbender, Where the Devil Roams – ok, mi manca Hell Hole, lo confesso – e ora Mother of Flies, che resta artigianale nonostante sia stato il terzo film ad essere arrivato su Shudder, girato nei boschi dei Catskills con quei budget microscopici che per loro sono un’opportunità, non un limite.
Su queste pagine si può dire che sono ormai di casa, perché il grande capo ha intervistato Toby, John e Lulu al Fright Fest di due anni fa, in occasione della presentazione della loro opera più strana, nel senso di weird, Where the Devil Roams. Qui però dobbiamo parlare di Mother of Flies, che è appunto il nuovo film di una famiglia sorprendentemente prolifica per essere, di fatto, un collettivo indie che fa praticamente tutto da solo, dalla regia alla recitazione, passando per montaggio, sound design e colonna sonora, con la loro band H6LLB6ND6R, e produzione, con la Wonder Wheel Productions. E infatti i titoli di coda dei loro film sono così brevi che non avete scuse per saltarli.
Quale casa nel bosco? Quella!
Mother of Flies, vincitore del Cheval Noir per Miglior Film al Fantasia Fest 2025, riporta la famiglia Adams nei territori di Hellbender, sia per l’ambientazione nei boschi isolati, sia, in particolare, per le tematiche. Anche lì c’era una casa remota, una relazione familiare complessa e figure legate alla mostruosità femminile. Hellbender era un racconto di formazione incentrato su Izzy, un’adolescente iperprotetta interpretata da Zelda, all’epoca sedicenne o diciassettenne, che viveva isolata con la madre in una casa tra i boschi. Non aveva ancora assaporato il mondo esterno, la ribellione, la vita vera. Il suo percorso iniziava con la scoperta di un’eredità sovrannaturale, un potere demoniaco trasmesso dalla madre (Toby Poser). Veniva a contatto con la morte non come minaccia personale, ma come forza vitale e trasgressiva. Un po’ come accadeva alla protagonista di Raw di Julia Ducournau, per darvi delle coordinate. Mother of Flies declina lo stesso concetto da un’altra prospettiva. C’è una giovane donna, Mickey, sempre Zelda ma ora ventenne, che non sta cercando se stessa o la propria strada. Mickey ha un cancro terminale e sta cercando più tempo. Sta cercando più vita.
La trama è essenziale. Mickey e suo padre Jake (John Adams) si spingono in una zona remota dei Catskills per chiedere aiuto a Solveig, che ha sempre il volto di Toby, una donna che vive da sola nei boschi in una sorta di casa sull’albero e che sostiene di poterla curare in tre giorni attraverso rituali molto dolorosi che hanno a che fare con la necromanzia. Il suo potere è legato al ciclo naturale della decomposizione: le mosche prosperano nel marciume che in genere associamo a ciò che rigettiamo, alla negazione della vita. E in qualche modo anche qui la morte, come in Hellbender, è legata alla fame di vita: Solveig non tenta di scacciare la morte dal corpo di Mickey, ma in un certo senso sembra fare l’opposto. Chiede al corpo di attraversarla, di immergersi nell’abietto, in quel ribrezzo che proviamo per le cose un po’ schifose che stanno dentro di noi: sangue, pus, fluidi corporei, viscere. Che poi, quel senso di schifo per la carne che perde i confini è proprio alla base dei meccanismi horror che hanno a che fare con il gore. Sembra innaturale, spaventoso, un caos organico che ci minaccia, ma in fondo è questa la natura del corpo: se si lacera, sanguina, se muore, si decompone.
È su questo aspetto che giocano Toby Poser, John e Zelda Adams, che anche questa volta scrivono e dirigono il film insieme, mentre Lulu qui fa solo un piccolo cameo. È lo stesso terreno su cui si costruisce il lavoro sugli effetti visivi di Trey Lindsay, collaboratore abituale, che spesso definiscono il “quinto membro della famiglia”. Tutto è artigianale. Nulla è patinato. Ci sono vermi che strisciano nella carne marcia, sciami di mosche, pelle che si lacera, un serpente che entra nella bocca di Solveig. Gli effetti hanno un che di ruvido che per un film così è quasi necessario: materici, corporei, non puliti. Ti danno una sensazione tattile, come terra umida sotto le dita. Per me sono straordinariamente ben fatti, anche se qualcosa funziona meno, per esempio il volto del bambino che appare nella corteccia dell’albero e sanguina. Non è una questione di qualità, che resta solida, ma di estetica. In un film visivamente molto elegante, un’immagine del genere sembra estranea, anche se forse è una scelta voluta. Resta il fatto che è proprio questa fisicità delle cose, che sembra odorare di terra e sangue, a rendere rituali di morte di Solveig così, non trovo un’altra parola per dirlo, vivi.
Chi ha ordinato la zuppa di vermi?
La casa nei boschi è concreta, ma con un tocco surreale. Gli alberi sembrano crescere dentro le pareti, i letti sono fatti di muschio. L’assenza di comodità moderne tiene fuori il rumore del mondo e costringe i personaggi, e noi con loro, a non poter uscire dalla dimensione rituale. Visivamente, Mother of Flies colpisce per il modo in cui riesce a essere insieme ruvido e raffinato, ancorato al reale ma sospeso in una dimensione fiabesca. La fotografia lavora su grigi densi e verdi profondi e trasforma il bosco in un elemento reattivo. I colori della morte sono vividi e allo stesso tempo lividi. Si tratta di un cinema che mostra come non serva un grande budget per costruire immagini evocative, interessanti e, soprattutto, non scontate. A fare la differenza è la cura dello sguardo, la coerenza formale e la capacità di trasformare lo spazio come qualcosa che abita la storia insieme ai personaggi.
Boschi, rituali, streghe. Dunque, Mother of Flies è per caso un folk horror? Grazie per la domanda, vi do il benvenuto al mio Ted Talk. Lo è, eccome. Lo è a livello narrativo, per come usa il folklore e gli elementi che legano questa storia al passato, evocando una leggenda che riguarda quei boschi, e non dico altro per evitare spoiler. In certi momenti, ho pensato spesso a La pelle di Satana di Piers Haggard, caposaldo del filone, soprattutto per il rapporto viscerale che i personaggi instaurano con la terra. E ancora, lo è per l’uso che fa della dimensione rituale, per il legame con la natura, per l’ambientazione in cui si svolge la storia. I personaggi arrivano da fuori e penetrano in un sistema chiuso, con regole proprie. Devono affrontare un isolamento fisico e mentale, ma soprattutto un rovesciamento profondo del loro sistema di valori. Devono mettere in discussione ciò in cui credono, e ciò che pensano di essere. Infine, lo è anche per come usa il folklore e soprattutto l’orrore per parlare di cose quotidiane: malattia, legami familiari, perdita, senza edulcorarli.
Jake, il padre, è centrale proprio per la sua impotenza di fronte alla malattia della figlia. Vorrebbe averne cura, insiste che sono una squadra, ma non può fare nulla di più. Alla fine, come forse ha già detto qualcuno, la morte è forse l’unica esperienza che non ammette compagnia. La affrontiamo in totale solitudine. Eccovi una bella botta di positività. La presenza genitoriale, in questo senso, è anche quella che ancora la storia al mondo reale. Mickey, invece, si è isolata del tutto: Zelda Adams la interpreta con rabbia, determinazione ostinata, sprazzi di spaesamento e paura. Il suo corpo è stanco, esausto nel senso di consumato. È un corpo che, appunto, perde i propri confini e il film ti chiede di guardarlo mentre questo accade.
Solveig è il cuore oscuro di questa storia, è la Mother of Flies del titolo. Toby Poser costruisce un personaggio straordinariamente ambiguo, una strega che abbraccia in pieno l’immaginario tradizionale e che a me ha ricordato un po’ quella di Hagazussa, folk horror del 2017 diretto da Lukas Feigelfeld che aveva tutto un altro ritmo, ma tratti simili nella costruzione del personaggio. Vive nei boschi, è emarginata dalla comunità, pratica rituali pericolosi e spesso ripugnanti, segue un proprio disegno preciso. Non è una rilettura rassicurante o contemporanea della strega. Ci tengo sempre a ricordare, mettendomi gli occhiali sul naso così potete rompermeli, che storicamente la strega non è mai stata una figura emancipatoria, almeno fino a questo secolo, ma una costruzione dei persecutori, anche se proprio in questa rappresentazione si nascondono tracce di chi erano davvero le donne accusate di stregoneria.
Ma è per caso un folk horror?
La strega di Toby Poser parte da questa tradizione: è legata all’occulto, alla morte, al dolore, al desiderio di avere qualcosa per sé. Al trauma di essere stata marchiata come tale. E proprio per questo il film fa qualcosa di più interessante: prende questo immaginario e lo usa per mettere in scena una figura tragica ma che rimane mostruosa. In questo modo si riappropria dell’idea di strega senza addomesticarla. Il confine tra predatrice e figura materna è, dunque, sottile. Solveig è legata alla morte, emotivamente e fisicamente, e proprio dalla morte trae i suoi dichiarati poteri. Noi non sappiamo ancora se Mickey sia lì per essere guarita o, chessò, sacrificata. La tensione nasce da questo, anche quando non accade nulla di esplicito.
A tenere insieme tutto contribuisce in modo decisivo anche il suono. Il sound design è essenziale e profondamente legato all’ambiente. Anche qui il fai-da-te non è un limite, diventa una cifra stilistica. Rumori, respiri, fruscii del bosco e vibrazioni musicali si mescolano fino a diventare quasi indistinguibili. La colonna sonora degli H6LLB6ND6R, la band di casa, lavora sul suono lento e distorto tra noise e drone, con bassi profondi e chitarre deformate che danno corpo ai silenzi tesi. Questo rafforza l’idea che in Mother of Flies tutto, immagine, musica e performance, faccia parte dello stesso organismo. Questo senso di coesione, almeno per me, arriva chiaramente anche al pubblico. Il modo in cui la famiglia Adams fa cinema, la stima reciproca che traspare sullo schermo, diventano parte dell’esperienza di visione. I limiti tecnici non ci fanno uscire dal film, al contrario, ci affascinano. Perché sentiamo che c’è un’esposizione reale, un’intesa che passa sia dalle interpretazioni sia dalla messa in scena.
Da questo punto di vista, Mother of Flies non mi è sembrato solo una sintesi del loro percorso, ma il loro film più maturo. La storia nasce, come hanno raccontato in più interviste, dalla loro esperienza diretta con la malattia, ed è qualcosa che si percepisce. La strega Solveig, il cui nome viene dalla tradizione norrena e unisce le parole “casa” e “forza”, non promette soltanto una guarigione, ma soprattutto un percorso. In questo senso Mother of Flies dialoga anche con l’antropologia medica, con l’idea che la cura non sia solo un fatto clinico, ma un processo simbolico e collettivo. E la famiglia Adams non ti prende per mano, non ti rassicura durante questo processo. Ti invita piuttosto ad assistere a qualcosa che somiglia a un rituale privato che ha scelto di condividere. Il modo in cui lo fa è girare un buon horror con un’identità estetica e narrativa personale.
È anche per questo che Mother of Flies mi ha colpito. Non perché impeccabile, ma perché calibrato con attenzione. Come dice Solveig, citando in realtà Paracelso, “la differenza tra il veleno e la cura è la dose”. Pur lasciando al linguaggio dell’horror la libertà di esplorare le sue dimensioni più crude, il film maneggia materie tossiche come dolore, paura di sopravvivere a chi si ama e perdita, ma lo fa con attenzione, non per colpire, ma per curare. Detta così non sembra uno spasso, me ne rendo conto, e non ve lo venderò come tale, ma se avete voglia di un folk horror d’atmosfera, che però non teme di sporcarsi un po’, di immergersi nel putridume, citofonate: Adams.
Il pranzo della domenica.
Streaming-quote:
“Handmade with love, blood and rot.”
Mata Hari Aster, i400calci.com
Dove guardare Mother of Flies