di
Valerio Cappelli
L’attore insignito del prestigioso riconoscimento a Los Angeles
Franco Nero stella tra le stelle. Oggi 12 il suo nome apparirà sulla Walk of Fame di Hollywood.
Cosa rappresenta questo riconoscimento per lei?
«È un grande onore riceverlo, vuol dire che ho seminato bene, in 60 anni di vita artistica. Sono in buona compagnia, in Italia hanno avuto la stella Anna Magnani, Rodolfo Valentino, Sophia Loren, Luciano Pavarotti, Morricone: ero a Hollywood accanto a Ennio quando Quentin Tarantino tenne in discorso per lui».
E per lei chi parlerà?
«Julian Schnabel, per cui ho recitato nel film su Dante che è andato alla Mostra di Venezia. Io ricorderò il consiglio che mi diede Laurence Olivier: col tuo fisico puoi fare l’eroe, ma per un film all’anno, e sai la monotonia. Invece variando i generi ti divertirai e ti arricchirai come attore. Ho girato 250 film di trenta nazionalità».
Però in Italia la prendono sottogamba.
«Sono un pesce fuor d’acqua rispetto a certi circoletti, ma oggi è un giorno di festa e voglio ringraziare il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni per essermi stati vicini, e il forte supporto di Tiziana Rocca col suo Filming Italy Los Angeles».
Come spiega che tanti divi, Al Pacino, Julia Roberts, Leo DiCaprio, Brad Pitt, non hanno la stella a Hollywood?
«Quanti geni non hanno vinto l’Oscar? Il primo che mi viene in mente è Kubrick. È un mestiere in cui devi essere al posto giusto nel momento giusto».
Quanto conta la fortuna?
«Tanto. John Huston per La Bibbia mi fece studiare l’inglese sui dischi coi drammi di Shakespeare. Fu lui a propormi a Joshua Logan per Camelot, il film che mi lanciò nel mondo, dove conobbi Vanessa Redgrave, mia moglie. Logan, che aveva girato Fermata d’autobus con Marilyn Monroe e Sayonara con Frank Sinatra, voleva nomi diversi, nuovi, sorprendenti rispetto all’edizione teatrale con Richard Burton e Julie Andrews. All’inizio mi scartò per il mio inglese ancora così così, ma avevo imparato a memoria Shakespeare su quei dischi. Dopo che mi aveva bocciato, mi voltai, gli chiesi di ascoltarmi sui versi di Shakespeare. E cambiò idea. Le riprese durarono undici mesi».
Pochi film italiani circolano all’estero.
«Si dovrebbe fare come negli Anni ’60 e ’70, incoraggiando progetti pensati non solo per il nostro mercato, in coproduzione con paesi esteri. Oggi quando usciamo dai nostri confini si grida al miracolo, una volta non destava meraviglia, eravamo una delle prime cinematografie al mondo.
Lei lavora soprattutto all’estero.
«Ho progetti un po’ ovunque, in Australia devo fare Nonno, spero che gli cambino titolo, io nella vita ho cinque nipotini e adoro fare il nonno, ma come titolo per il cinema… Il regista è di origini italiane Frank Lotito; poi ho film in Germania, Grecia, Spagna. In Albania sarò un cuoco trapiantato in Germania in Parsifal di Paolo Consorti. Poi si parla di rilanciare un personaggio a cui devo molto».
Django?
«Esatto, Django anziano per un film scritto da John Sayles e ambientato nel 1915, quando gli Studios facevano western muti. Alla cineteca di Hollywood mesi fa lo hanno proiettato davanti a 2000 giovani vestiti come Django, cappotto nordista, sciarpa grigia, pantaloni a strisce, stivaloni».
Prima che tutto cominciasse, lei era un ragazzo della provincia di Parma
«Papà pugliese, molto severo, maresciallo dei carabinieri. Io ero un timido a cui piaceva l’avventura, il rischio. Prima del cinema mi esibivo nelle balere con un gruppo musicale, Gli uragani, cantavo le canzoni di Frank Sinatra, Dean Martin, Perry Como, andavo a orecchio, inglese pochino, mi inventavo le parole».
Le prime parole recitate al cinema?
«Erano giusto due, a Milano, per il film di Giuseppe Fina Pelle viva, con Elsa Martinelli. Cercavano delle comparse, avevo 19 anni, studiavo al Piccolo con Giorgio Strehler. Per essere partito dalla provincia di Parma…».
Il cinema è tutta la sua vita?
«Non direi, aiuto da decenni un villaggio di orfani a Tivoli. Li aiuto, appena posso vado da loro. Facciamo sport e cene di beneficenza. Una volta ero a una rassegna di cinema a Capri con Vanessa a cui non piacevano affatto certi ospiti politici. Mi disse, Franco portami via. Era Capodanno. Lo passammo a Tivoli. Fu il più bel 31 dicembre della nostra vita».
11 febbraio 2026 ( modifica il 12 febbraio 2026 | 07:36)
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