di Alessandro Vinci

Rischio giù del 18% grazie soprattutto alla caffeina (presente anche nel tè): i dettagli in un’ampia ricerca apparsa lunedì sul sito della rivista «Jama»

Due o tre caffè al giorno aiutano non solo a mantenere bassa la pressione, ma anche a rallentare il declino cognitivo proteggendo così dalla demenza. Merito anzitutto della caffeina, dato che lo stesso beneficio è stato osservato anche in chi consuma quotidianamente fino a un paio di tazze di tè ma non in chi il caffè lo beve sempre decaffeinato. Lo ha certificato un esteso studio statunitense condotto dal Mass General Brigham Hospital di Boston e dall’Università di Harvard su ben 131.821 persone che sono state sottoposte, nell’arco di un massimo di 43 anni, a ripetute valutazioni di dieta, declino cognitivo percepito (soggettivo) e funzione cognitiva reale (oggettiva). 



















































Gli esiti

Considerata l’ampiezza della popolazione analizzata, i risultati non possono non essere tenuti in considerazione. Più nel dettaglio – si legge sul sito della rivista Jama, dove lo studio è stato pubblicato lunedì –, esaminando il profilo degli 11.033 individui che nel corso del tempo hanno sviluppato demenza (oltre l’8% del totale), gli autori hanno concluso che sia gli uomini che le donne che assumono dosi significative di caffè presentano un rischio di demenza inferiore del 18% rispetto a chi lo beve poco o nulla e a chi lo preferisce decaffeinato. Inoltre recano anche una minore incidenza di declino cognitivo percepito (7,8% contro 9,5%) nonché, limitandosi a certi parametri, prestazioni migliori anche nei test legati alle funzioni reali. 

Vantaggi per tutti

Interessante poi quanto emerso in riferimento alle quantità. Se infatti da un lato i maggiori giovamenti sono stati rilevati con i sopra citati due-tre caffè o uno-due tè al giorno, dall’altro, «contrariamente a vari studi precedenti, un maggiore consumo di caffeina non ha prodotto effetti negativi, ma ha invece fornito benefici neuroprotettivi simili a quelli ottenuti con il dosaggio ottimale». Lo ha riassunto sempre lunedì il sito del Mass General Brigham, al quale il primo firmatario dello studio Yu Zhang ha specificato che la ricerca ha ottenuto «gli stessi risultati» anche comparando individui con diverse predisposizioni genetiche allo sviluppo della demenza. E ciò – ha chiosato – «significa che il caffè o la caffeina sono probabilmente vantaggiosi per tutti allo stesso modo».

Solo «un pezzo del puzzle»

Come sempre in questi casi, è tuttavia fondamentale contestualizzare. Ingenuo sarebbe infatti vedere in espressi, macchiati e cappuccini nuovi, impareggiabili toccasana. Questo non solo per via degli effetti nocivi connessi al consumo eccessivo – da problemi cardiovascolari a disturbi del sistema nervoso –, ma anche perché «è importante ricordare che l’effetto è di entità limitata e che esistono molti altri modi efficaci per proteggere le funzioni cognitive con l’avanzare dell’età». Parola del docente di Harvard Daniel Wang, tra i coautori della ricerca, che ha dunque definito le bevande con caffeina solo «un pezzo del puzzle». Questa la consapevolezza che dovrebbe accompagnare la degustazione di ogni tazzina, anche a casa: a questo link i consigli dei professionisti del settore per ottenere aroma e cremosità proprio come al bar. 

12 febbraio 2026