di
Rita Querzè
Tassare le importazioni di acciaio dalla Cina? No, non va bene. Macchinari per le imprese finanziati dallo Stato, ma solo se prodotti in Europa? Non sia mai. Le prime nemiche del sostegno alle produzioni Ue sono proprio le nostre imprese. Che contro queste misure meditano di scendere in piazza
Si fa presto a dire «made in Europe» come se fosse l’uovo di colombo. L’Unione europea non perde occasione per rivendicare: siamo un mercato da 450 milioni di consumatori. E allora la via più semplice per rilanciare l’industria sarebbe il vecchio protezionismo: banalmente, comprare europeo. Una impostazione caldeggiata in particolare alla Francia.
Il caso dell’acciaio
Ciò che appare semplice in teoria è dannatamente complicato nella pratica. Prendiamo l’industria siderurgica. Si può dire: per sostenere un settore che è strategico e avere una certa autonomia europea nella produzione di acciaio, allora mettiamo dazi sulle importazioni di acciaio cinese a basso costo. Ha senso. Il problema è che i produttori di acciaio in Europa accoglieranno con favore questa misura. Ma quelli – e sono molti di più – che non producono acciaio ma comprano l’acciaio cinese a basso costo per lavorarlo in Italia saranno immediatamente sul piede di guerra. E – da notare – gli industriali che lavorano acciaio a basso costo, dall’elettrodomestico, all’automotive alle macchine utensili – sono molti di più di quelli che semplicemente lo producono. E poi c’è un altro problema: come sottolinea Alessandra Lanza, senior partner di Prometeia, non in tutti i settori la produzione europea, ormai indebolita, sarebbe in grado da sola di soddisfare la domanda del continente.
L’ostilità al «CBAM» (Carbon border adjustment mechanism)
C’è una misura europea – il «CBAM» – che impone dazi su una serie di prodotti strategici importati. Si tratta in particolare di cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno. La misura ha suscitato una fiera opposizione da parte di Confindustria. Il presidente di Federacciai Antonio Gozzi ha addirittura ventilato l’idea di una manifestazione degli industriali a Bruxelles «come gli agricoltori». E – si sa – gli industriali non sono avvezzi alla piazza. Oltre al meccanismo in sé, a non piacere è tutta la burocrazia che ci sta attorno: da gennaio le imprese devono tenere una contabilità dei materiali interessati dal CBAM e delle corrispondenti emissioni di anidride carbonica relative a ciascun prodotto importato. A fine anno si farà un bilancio e a maggio 2027 le aziende dovranno fare i primi versamenti. Per chi facesse orecchi di mercante sono previste pesanti sanzioni.
Il caso Transizione 5.0
Altra situazione rappresentativa del problema. Il governo ha rifinanziato il piano di incentivi agli investimenti Transizione 5.0 per il 2026-2028 in tutto con 4 miliardi. Nelle prime bozze del decreto attuativo si parlava di agevolare i macchinari purché «made in Ue». Su questo sono arrivate fiere rimostranze tanto che oggi questo vincolo è stato eliminato. Vedremo cosa succederà nel testo definitivo, ma proteste come quelle di Tesya, grande importatore di macchinari Caterpillar dagli Stati Uniti, hanno messo in evidenza come la misura potrebbe fare male ai nostri almeno quanto ai cinesi.
I casi della ceramica
Non è finita qui. Prendiamo il caso della ceramica. Il 14 gennaio Bruxelles ha dato il via libera agli strumenti di protezione doganale rispetto alle produzioni di ceramica provenienti dalla Cina. I dazi alla fine arriverebbero fino al 91%. Il problema è che ad avvantaggiarsi di questa misura sarebbero in pochi. Molto più numerosi coloro che operano nel settore in comparti esterni alla produzione, a cominciare dalla finitura di semilavorati fino ai decoratori ed alla logistica. E così una serie di aziende in diversi settori, dal commercio alla logistica, hanno scritto all’Europa contestando la misura: Geminiano Cozzi Venezia 1765, Pve, Ovs, Upim, Thun e Kasanova.
Elettrodomestici e automotive
Che non fosse molto semplice proteggere i nostri mercati è risultato evidente anche dalle esperienze dei mercati dell’auto e dell’elettrodomestico. I dazi sulle auto asiatiche sono stati tutto sommato facilmente aggirati dai grandi produttori asiatici. Prima di tutto producendo in stabilimenti che non sono europei ma molto vicini al nostro mercato, in Turchia per esempio. Oppure aprendo stabilimenti direttamente da noi. Forse l’esperimento più efficace di protezione del made in Europe è avvenuto con l’elettrodomestico. Gli ultimi incentivi introdotti dal governo erano riservati proprio al made in Europe. E qui tutto sommato le proteste sono state contenute.
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12 febbraio 2026
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