Netanyahu vola da Trump: «Avanti i colloqui con l’Iran». Pronta un’altra portaerei
di Davide Frattini, corrispondente da Gerusalemme
Al settimo incontro in tredici mesi, Trump e Netanyahu discutono per quasi tre ore perché l’amico Donald al secondo mandato sembra meno facile da convincere. Così Bibi decolla per parlare soprattutto di Iran, ma appena atterra a Washington appone la firma ufficiale all’adesione israeliana al Consiglio di Pace. Perché sa quanto il presidente americano voglia procedere con la seconda fase del suo piano per Gaza, quella che dovrebbe portare alla ricostruzione dei 363 chilometri quadrati devastati dai bombardamenti.
Il primo ministro sigla il documento, anche se preferirebbe non partecipare alla riunione del Consiglio — prevista per la settimana prossima negli Stati Uniti — e anche per questo avrebbe anticipato il volo: è già abbastanza destabilizzante per lui ritrovare il proprio nome vicino a quelli del leader turco e dell’emiro del Qatar, le elezioni si avvicinano e deve spiegare ai sostenitori della destra queste nuove «cooperazioni» con nazioni che ha bollato come «sponsor del terrorismo». Ancora più compromettente per il premier che aveva promesso la «vittoria totale» su Hamas dopo i massacri perpetrati dai fondamentalisti il 7 ottobre del 2023 sarebbe l’ipotesi che l’organizzazione possa restare armata, anche se solo di fucili mitragliatori: gli americani — rivela il quotidiano americano New York Times — sarebbero disposti ad accettare che il gruppo rinunci solo agli armamenti pesanti con cui possono colpire Israele lasciando nelle mani delle squadracce jihadiste i kalashnikov usati per spadroneggiare sui palestinesi della Striscia.
Nello Studio Ovale erano presenti anche Marco Rubio, il segretario di Stato, Pete Hegseth, alla guida del Pentagono, con Steve Witkoff e Jared Kushner, il genero del presidente, che stanno portando avanti i negoziati con l’Iran.
Netanyahu è entrato alla Casa Bianca da un ingresso secondario, niente dichiarazioni ai media: la scenografia serve per mostrare al mondo che si è trattato di un vertice di guerra o di guerra possibile. Il premier preme perché il presidente concretizzi la minaccia di attaccare il regime islamico dopo aver spostato nel Golfo Persico la sua «armada» come la chiama e aver annunciato di volerla rafforzare con una seconda portaerei.
È Trump a commentare via social media alla fine dell’incontro: «Non abbiamo raggiunto niente di definitivo. Ho insistito che le trattative devono andare avanti, ho spiegato che è la mia preferenza». Restano gli avvertimenti a Teheran: «L’ultima volta che gli iraniani non hanno voluto un’intesa, li abbiamo bombardati con Martello di Mezzanotte. Spero che siano più ragionevoli».
In alcune interviste precedenti aveva seguito la stessa linea di Netanyahu: «Niente nucleare e niente missili». Rinunciare alle testate balistiche è però considerato «non negoziabile» dai consiglieri di Ali Khamenei, la Guida Suprema. Era stato invece il vicepresidente JD Vance ad accantonare l’idea di un cambio di regime: «Sta al popolo iraniano. A noi interessa che Teheran non abbia la bomba atomica». Trump sembrava all’inizio voler appoggiare le rivolte di un mese fa, la repressione ordinata dagli ayatollah ha ucciso oltre 30 mila persone.
Netanyahu ha voluto presentare «i principi da seguire nella mediazione» perché si fiderebbe poco di Witkoff e Kushner. Quello di cui Bibi preferisce non discutere con Trump è il piano dalla sua coalizione per annettere la Cisgiordania, piano a cui la Casa Bianca si oppone: il governo a Gerusalemme ha approvato una serie di provvedimenti che estendono alcune norme amministrative anche ad aree sotto il controllo totale palestinese.
«Stiamo uccidendo l’idea dello Stato palestinese», proclama Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze.