Condividi
Era l’inizio del 2000 quando su Italia 1, alle 21 di un giovedì, andò in onda la prima puntata di Dawson’s Creek. Un telefilm – come lo chiamavamo ancora noi adolescenti, ignorando che un giorno ci avrebbero definito ‘millenial’ – che avrebbe fatto parte della nostra quotidianità da lì ai successivi tre anni, segnando un’intera generazione, ma soprattutto facendo da nave scuola su una serie di tematiche che faticavano a togliersi di dosso la polvere del tabù.
Non c’erano gli smartphone, su internet si navigava solo dal pc grazie al modem 56k e al suo indimenticabile rumore metallico – tenendo occupata la linea telefonica – e l’unica ombra di social era Msn coi suoi trilli. L’adolescenza era ancora un’isola felice, fatta di crisi e ribellione, sì, ma più o meno gestibile dal mondo degli adulti. La cronaca non solo ci vedeva difficilmente come protagonisti, ma camminava a debita distanza, senza inquinarci. Non c’erano dibattiti pubblici, tantomeno politici, su come educare sentimentalmente dei ragazzi, le famiglie trasferivano ai figli il proprio know-how, spesso goffo, mentre la scuola se ne guardava bene dal fare dei passi in avanti che nessuno le chiedeva.
In questo contesto ‘fai da te’, Dawson’s Creek ha affondato le sue radici, diventando una quercia per milioni di adolescenti italiani, che non solo sognavano con le storie dei suoi protagonisti, ma si confrontavano, imparavano. E i punti di riferimento erano quindicenni sani, seppure personaggi di una serie tv, raccontati con una profondità mai vista prima di allora in un teen drama. Dawson Leery, romantico e sognatore, l’anti machista per eccellenza, innamorato della sua migliore amica, Joey Potter, che dopo una bellissima storia d’amore gli spezzerà il cuore, scegliendo Pacey Witter, il loro amico ribelle e indisciplinato, mettendo a soqquadro gli equilibri del gruppo. Indimenticabile anche Jen Lindley, la ragazza arrivata da New York nel piccolo paese di Capeside – dove è ambientata la serie -, con un passato turbolento, fatto di droghe e sessualità precoce, ma anche i fratelli Andie e Jack McPhee, lei studentessa modello in perenne lotta con la sua fragilità legata alla salute mentale, lui che affronta un complicato percorso di accettazione della propria omosessualità. Nel mezzo le storie delle rispettive famiglie, tra genitori scomparsi, rapporti conflittuali, tradimenti e separazioni.
Cosa ci ha insegnato Dawson’s Creek
Dawson’s Creek ha avuto la capacità, ma anche il coraggio, di affrontare con delicatezza e grande onestà temi non ancora centrali nella società di vent’anni fa. Si è preso la responsabilità che oggi si rimbalzano in tanti, e lo ha fatto nel modo più semplice, raccontando storie, attraverso dialoghi curati e scelte narrative importanti che non hanno risparmiato niente al giovane pubblico, neanche la straziante morte di Jen a fine stagione, nel frattempo diventata mamma. Ha insegnato l’amicizia, l’amore, il rifiuto, ma anche il sesso – l’importanza della ‘prima volta’ di Joey, con Pacey, sfiora la sublimità ma senza scadere nel melenso, tantomeno nel patetico -, ci ha aperto gli occhi sulla salute mentale, normalizzandola e provando così a eliminare un pesante stigma, ha alleggerito – o quantomeno ci ha provato – il macigno che un adolescente può sentirsi piombare addosso quando scopre la sua omosessualità, spiegando il bisogno di accoglierla.
Quel telefilm su Italia 1 è stata la nostra educazione sessuo-affettiva quando ancora nessuno pensava fosse necessaria. Non è stata solo una serie tv, ma un manifesto generazionale. Per questo la morte prematura, a soli 48 anni, di James Van Der Beek, il protagonista da cui prende il nome, è un pugno nello stomaco, come se fosse scomparso un amico con cui siamo cresciuti e che avevamo perso di vista. Dawson, con la sua gentilezza e il suo animo buono, per niente egoriferito, eternamente innamorato – “sottone”, come molti in queste ore stanno scrivendo con fastidioso qualunquismo – è stato il primo e ultimo eroe romantico del nuovo millennio, icona di una generazione cresciuta a pane e sentimenti, quando la parola ‘malessere’ era semplicemente il sinonimo di malore. E oggi che non c’è più, ci ricorda che non eravamo affatto male.