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Daniele Sparisci, inviato a Cortina

Una settimana fa alla cerimonia di inaugurazione Brignone aveva portato il tricolore sulle spalle di Mosaner per il dolore alla gamba

Le tribune iniziano a sfollare, su un maxischermo vengono trasmesse a ripetizione le immagini di un angelo. Si toglie il berretto, libera i lunghi ricci, si porta la mano sul cuore e leva le braccia al cielo. Non c’è audio, dagli altoparlanti esce la voce morbida di Domenico Modugno, «Nel blu dipinto di blu». È un altro inno nazionale dopo quello vero suonato davanti al presidente Mattarella, poesia fra le Tofane che iniziano a brillare d’arancione.

Federica Brignone è ancora lì a domandarsi se non «sia tutto un fake», chi sia il regista di «questo film» impossibile destinato a restare uno degli Oscar più leggendari della storia sportiva italiana, un nuovo miracolo italiano (in questo articolo: la Milano di Federica Brignone, i giochi al Parco Solari, allo stadio con il nonno, l’intervento alla clinica Madonnina). No, non è l’intelligenza artificiale: le lacrime della mamma Ninna Quario ex slalomista protagonista della Valanga Rosa, quelle di Davide, il fratello coach e dell’altro «fratello», l’amico di sempre Nicola Quaquarelli, le Frecce Tricolori sul cielo delle Tofane che si riapre al momento della premiazione. Sì, Fede è tutto vero: una settimana fa, qui, alla cerimonia d’inaugurazione portava il tricolore sulle spalle del mago del curling Amos Mosaner perché la gamba le faceva troppo male. Adesso l’oro nel superG olimpico dove si era iscritta da outsider, un passo per volta fino una vetta inimmaginabile, 315 giorni dopo il grave infortunio in Val di Fassa che ha rischiato non soltanto di mettere fine alla sua carriera sportiva. Temeva di non tornare più a camminare bene.



















































Era ai campionati italiani dopo aver vinto la Coppa del Mondo generale per la seconda volta ed aver conquistato un oro e un argento mondiale. Partecipava «perché era giusto farlo, dare l’esempio ai ragazzi, perché non ci sono gare che devono essere snobbate». Poi il buio, lo ricorda Deborah Compagnoni che pure vinse ori dopo pesanti infortuni: «Non pensavo che potesse farcela. Ne è uscita con la forza e con la testa».

Ieri quando è scesa con il pettorale numero 6, nuvole basse e scarsa visibilità, è come se si fosse accesa la luce. Sono le condizioni che preferisce, in cui riesce a fare valere la sua eccellente base tecnica: curve dipinte, velocità e controllo, fiducia oltre il dolore mentre le altre favoritissime (più di tutti Sofia Goggia; ma anche la stellina tedesca Emma Aicher e la neozelandese Alice Robinson) finivano fuori giri. Per poi congratularsi con la regina ritrovata. Le sconfitte: la francese Romaine Mirasoli seconda davanti all’austriaca Cornelia Huetter. Dall’ospedale di Treviso il messaggio di Lindsey Vonn: «What a comeback».

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Già, che ritorno: a 24 anni di distanza dal titolo vinto da Daniela Ceccarelli a Salt Lake City c’è un azzurra campionessa di supergigante, ormai la più vincente nella storia del nostro sci. Fede a 35 anni, con la testa sempre più avanti del cuore, perché questo è stato il segreto, per dosare ogni rischio, sempre assistita dal fratello coach, Davide. Anni fa quando lo aveva scelto per formare il family team era stata criticata, e in tanti all’interno della Federazione non avevano preso bene la decisione. Aveva ragione lei, voleva sentirsi tranquilla e protetta, e l’oro di ieri, oltreché dalla sua volontà, è nato proprio dal fatto di aver liberato le energie mentali verso una sola direzione: il ritorno, i Giochi in casa.

Esserci era già il traguardo, tre gare appena disputate. «La sua forza è rendere normale anche una competizione olimpica — racconta il fratello Davide —, ha affrontato tutto con il verso giusto. Mi sono commosso: emozioni fortissime, è stata la sofferenza più bella che abbia mai provato. Per noi vincere non era nemmeno un sogno, siamo partiti soltanto per provarci. Due giorni fa aveva messo gli scarponi e sentiva talmente tanto male da non riuscire a sciare. Non c’erano obiettivi, non potevamo averli vivendo giorno per giorno». In casa da bambino era lui quello forte, poi un infortunio lo ha fermato. «Non scherziamo. Io ho portato solo le mie idee e il mio coraggio, avanti per la nostra strada. Abbiamo un rapporto stupendo, nei momenti più difficili la vedevo di più come sorella che come atleta: non posso sciare per lei ma posso renderla più leggera».
Sotto all’hotel la festa, uno del fan club cavalca una tigre gonfiabile. Meno male che esiste quella vera, Fede. E non è un film.

13 febbraio 2026 ( modifica il 13 febbraio 2026 | 08:47)