di
Flavio Vanetti

Un viaggio lunghissimo, pieno di dolore e resilienza, quello che ha portato Fede al trionfo di Cortina: «Adesso proviamo una grande emozione» la gioia dei medici che l’hanno seguita

Dopo il terribile incidente del 3 aprile 2025, durante il gigante agli assoluti all’Alpe Lusia, c’era una frase chiave per definire il futuro, agonistico ma prima di tutto personale, di Federica Brignone: «Bisogna fare presto».

Tambureggiava nella testa del dottor Andrea Panzeri, coordinatore dell’équipe medica della Federazione Italiana Sport Invernali, mentre saliva in auto a Lione per precipitarsi a Milano alla clinica La Madonnina, dove la sciatrice sarebbe stata portata per l’intervento (in questo articolo: la Milano di Federica Brignone, i giochi al Parco Solari, allo stadio con il nonno). Il «dott» (lo chiamano così) aveva avuto modo di conoscere l’entità del danno riportato dalla campionessa azzurra — frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra, oltre alla lesione del legamento crociato — e gli era scappato uno sconsolato «non ci posso credere».



















































Panzeri ha subito convocato i suoi più diretti collaboratori, a cominciare dal dottor Riccardo Accetta (che l’anno prima si era occupata del piede di Sofia Goggia). La prima scelta giusta, dunque, è stata quella del timing: «Era necessario non perdere tempo per evitare complicazioni – ricorda – e fare l’intervento nella notte è stata una mossa vincente»

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Negli altri passaggi chiave la componente decisiva l’ha messa l’atleta «perché in questi casi solo una campionessa sa fare la differenza con il proprio carattere, con la propria volontà, con il proprio coraggio. Noi abbiamo fatto il possibile dal punto di vista medico e a intervento concluso eravamo soddisfatti. Ora io provo una grande emozione e immagino che sia lo stesso per i colleghi. Credo che siamo stati bravi a trovare il giusto equilibrio nel recupero».

Federica Brignone s’è ritrovata con una placca fissata con 7-8 viti («Prima o poi sarà da togliere, ma è un aspetto che riguarda il futuro») e una cicatrice lunga e in diagonale che metteva paura solo a vederla. 

Quello è stato il suo «ground zero», l’inizio di un percorso che aveva una sola certezza: sarebbe stato duro, tormentato e senza garanzie di un esito felice circa il pieno recupero.

 Fede si è installata a Torino al J-Medical, il centro medico della Juventus. Scelta non casuale: non è lontano dalla sua Val d’Aosta, ha la possibilità di offrire anche il soggiorno, è all’avanguardia e lì lavora Federico Bistrot, fisioterapista della quale lei si fida ciecamente.

Il lavoro di recupero è stato progressivo, prima solo armonico e poi – non prima dell’estate, comunque – all’insegna dei carichi a salire. La Brignone per quasi due mesi non ha potuto appoggiare la gamba e ha spiegato come ha dovuto arrangiarsi nella «nuova» vita: «L’austriaca Nina Ortlieb, una che nella carriera è stata operata qualcosa come 20 volte, è stata carina nel darmi dei consigli pratici: come fare la doccia, lavare i capelli, gestire le normali azioni della quotidianità». Sembra strano, ma non aveva tempo: dalla mattina al pomeriggio alle 17 era tutto un lavorare in palestra e nelle sale di riabilitazione: «Fino ai quattro mesi non avevo nemmeno modo di leggere. E pensavo che nell’estate mi sarebbero mancate tante cose a me care come il mare, il surf, gli altri sport che pratico».

Però lo sport ha potuto seguirlo in Tv – soprattutto l’amato tennis e, ovviamente Jannik Sinner – e quando ha avuto un minimo di capacità deambulatoria non ha mancato di accettare l’invito degli organizzatori del Gp di Imola di F1 per sventolare la bandiera a scacchi dell’arrivo. Ma quelle erano solo pause rispetto a una routine obbligata, da lei ben sopportata ma in grado di regalare, qua e là, momenti di «down»: «Non camminavo bene, non salivo le scale, il ginocchio era gonfio. Mi sono detta: dopo quattro mesi sono ancora qui? D’altra parte non sono mancate le fasi opposte, quelle in cui ero forte, positiva, reattiva».

È stato però necessario rioperarla, nel cuore dell’estate: «L’avevamo messo in conto – è di nuovo il dottor Panzeri a parlare – ed era indispensabile: il ginocchio si piegava poco ed era duro». L’intervento l’ha sbloccata, le ha permesso anche di fare – qualche volta – avanti/indietro dalla sua La Salle («Avevo una voglia matta di rivedere le mie montagne: a casa ho poi scoperto che dovevo ancora riordinare un bel po’ di indumenti dello sci…»), ma non ha semplificato il cammino. Paradossalmente, più si andava avanti e più si faceva più duro, perché l’obiettivo – pur nella cautela e nel vivere alla giornata – era di riuscire a riprendere l’attività sportiva per non veder svanire almeno il sogno olimpico (la stagione della Coppa del Mondo, invece, era già compromessa). «Amo le sfide, non potevo rifiutare questa: c’è chi, con un infortunio come il mio, ha impiegato quasi due anni prima di rientrare. La fretta in questi casi non esiste, ma io me la sono messa», ecco il suo pensiero.

Per aiutare la rincorsa agonistica, i medici hanno deciso di non toccarle il legamento offeso: sembra strano, parlando di sci, di torsioni e di alte velocità, ma se il ginocchio è stabile si può evitare l’operazione. Non per questo è stato facile, per Federica. 

L’idea di seguire la squadra negli Usa a novembre per gli allenamenti – nel suo caso sarebbero stati differenziati, ovviamente – è stata accantonata. E la data del ritorno sulla neve, dapprima in modo blando, con sci turistici e con l’approccio da sciatore della domenica, è slittata di volta in volta. Anzi è rimasta un segreto. A fine novembre 2025 la si è rivista sulle piste di Courmayeur e da lì in poi ha aggiunto step progressivi, fino all’atteso ritorno nella Coppa del Mondo, lo scorso 20 gennaio a Kronplatz. A dicembre Federica era stata designata come una dei 4 alfieri italiani ai Giochi: lei aveva accettato e da quel «sì, ci sto» si era capito che era sostanzialmente sicura di farcela e di garantire una presenza almeno dignitosa, perché a lei non sarebbe bastato esserci e basta (e men che meno fare solo la portabandiera).

Il gigante di Kronplatz è stato un successo andato oltre le attese: a 292 giorni da quel crash la mattatrice della stagione 2025 (Coppa del Mondo assoluta, 3 Coppe di specialità, un oro e un argento al Mondiale) chiudeva al sesto posto. Ma la settimana dopo, a Crans Montana, ecco il grande dubbio legato a un risultato modesto in superG: il giorno prima era stata cancellata la discesa (quella delle tre cadute e dell’infortunio ai legamenti di Lindsey Vonn) e così il test sulla velocità, oltre a essere stato incompleto, è stato pure negativo.

Nei giorni pre-olimpici Federica ha dovuto convivere con emozioni altalenanti, nel ricordo anche di allenamenti (in val di Fassa) non del tutto soddisfacenti. E poi c’era quel dolore, sempre presente, quell’intoppo con il quale lei sa benissimo che dovrà coesistere per la vita. La discesa non è andata affatto male – decima -, ma la riserva sulla presenza nel superG è stata sciolta solo all’ultimo. Meno male che si è ricordata di essere una guerriera e ha preso la via del cancelletto di partenza.

12 febbraio 2026 ( modifica il 13 febbraio 2026 | 08:49)