di
Valentina Iorio

Sono under 30, impiegati nel terziario, pagati meno dei colleghi assunti e con più discontinuità lavorativa dei lavoratori a termine

Diminuisce il lavoro autonomo vero, ma aumenta quello mascherato. Oggi
appena due lavoratori su dieci sono autonomi, all’inizio degli anni Duemila erano circa tre su dieci.  Ma tra gli autonomi sono sempre di più i lavoratori che operano in una zona grigia: hanno una partita Iva o un contratto di collaborazione, ma dipendono quasi esclusivamente da un
solo committente e non hanno il controllo su elementi centrali della loro attività, come tariffe, tempi di lavoro o strumenti utilizzati. Sono quelli che spesso nel gergo vengono definiti «finti autonomi». 

Chi sono i «dependent contractor» e quanti sono in Italia

L’International Labour Organization (Ilo) per raggruppare questi lavoratori ha introdotto la categoria dei dependent contractor. Si tratta di lavoratori «che hanno accordi contrattuali di natura commerciale (ma non un contratto di lavoro) per fornire beni o servizi a un’altra unità economica o tramite essa. Non sono dipendenti di tale unità economica, ma dipendono da essa per l’organizzazione e l’esecuzione del lavoro, il reddito o l’accesso al mercato. Sono lavoratori impiegati a scopo di lucro, che dipendono da un’altra entità che esercita il controllo sulle loro attività produttive e trae direttamente beneficio dal lavoro da loro svolto», secondo la definizione dell’Ilo. In Italia i lavoratori che si trovano in questa situazione sono 494 mila e rappresentano il 18,5% del totale degli autonomi. A fare i conti è l’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) nello studio «Dipendenti o indipendenti? I diversi gradi di libertà del lavoro autonomo».



















































Il profilo: under 30, impiegato nei terziario

L’analisi dell’Inapp, realizzata attraverso i dati dell’indagine Plus su un campione di 45 mila persone, traccia un identikit di questi lavoratori. Sono under 30, impiegati nel terziario (call center, consegne, pulizie, servizi alle imprese), spesso pagati meno dei colleghi assunti e con più discontinuità lavorativa dei lavoratori a termine. 

Per la maggior parte di loro il lavoro autonomo è una scelta obbligata. Il 48% dichiara di aver optato per il lavoro autonomo su richiesta del proprio committente o cliente. Se a questi si aggiungono coloro che dichiarano di aver intrapreso la propria professione perché «non c’erano altre possibilità di lavoro», emerge che per sei dependent contractor su dieci il lavoro autonomo è un’imposizione o una necessità, non certo una scelta di vita.

Servono nuove tutele

L’Inapp evidenzia che si tratta di  «lavoratori su cui gravano i rischi di impresa senza il bilanciamento della piena autonomia organizzativa e che si trovano a svolgere un lavoro per certi aspetti molto simile a quello dei
lavoratori dipendenti, ma senza le tutele previste per il lavoro subordinato». 

Di recente qualche passo avanti è stato fatto. Parlamento europeo e Consiglio per provare a fornire maggiori garanzie ai lavoratori delle piattaforme hanno approvato la direttiva 2024/2831, che obbliga gli Stati membri a introdurre nei propri ordinamenti una presunzione di subordinazione quando si ravvisino elementi che indicano controllo e direzione. I Ventisette dovranno recepirla entro dicembre 2026. 

Qualcosa è cambiata anche a livello nazionale, il collegato lavoro 203/2024 apre la strada alla possibilità di riconoscere in modo più chiaro i rapporti di lavoro che stanno a metà tra autonomia e subordinazione. «Ma sarebbe necessario continuare nella definizione di un quadro normativo capace di riconoscere nuove forme di status lavorativo – osserva l’Inapp – , che vadano oltre la distinzione rigida tra lavoro subordinato e autonomo, realizzando tutele e garanzie per tutti i soggetti al di là delle tipologie contrattuali e indipendentemente dalla qualificazione giuridica dell’attività lavorativa».

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13 febbraio 2026 ( modifica il 13 febbraio 2026 | 12:38)