di
Sara Gandolfi
Il leader del Movimiento Cristiano Liberación: il regime accetti il dialogo con i cittadini, la soluzione non deve venire dall’esterno. «È una nazione fallita», sentenzia Trump, che però assicura che il dialogo con «le alte sfere» del regime è già avviato
Salsicce, uova e pane. È la «sovranità alimentare» di Cuba, la dieta minima che il governo comunista promette al popolo affamato, ormai vicino all’Opzione Zero immaginata da Fidel Castro negli anni Novanta, dopo la caduta dell’Unione Sovietica. La crisi economica – provocata dall’embargo pluridecennale e da una burocrazia asfissiante – è diventata abisso dopo la cattura, il 3 gennaio, del dittatore venezuelano Nicolás Maduro. L’amministrazione Trump ha subito bloccato le forniture di petrolio all’ex alleato di Caracas e minacciato nuovi dazi ad altri Paesi che osino inviare combustibile all’isola. Da allora, «neppure una goccia di greggio è arrivata all’Avana», ha ammesso il presidente Miguel Díaz-Canel, pallido successore senza carisma dei fratelli Castro.
L’isolamento
A quasi dieci anni dalla scomparsa di Fidel, Cuba è sempre più sola. Il fuggi fuggi è generale tra i turisti, unica boccata d’ossigeno della sua macilenta economia. Dopo i canadesi, pure gli “amici” russi abbandonano l’isola. Mosca ha annunciato l’evacuazione di tutti i suoi 4.000 turisti dopo l’ammissione delle autorità cubane che «è finito il carburante per i jet». Il quotidiano Izvestia promette che il Cremlino invierà «presto» petrolio all’Avana, sotto forma di «aiuto umanitario». E anche la Cina rinnova la sua solidarietà, ma è noto che Xi Jinping è irritato per il mancato rimborso dei prestiti fatti a Cuba e per il rifiuto di aprire l’economia agli investimenti stranieri.
«È una nazione fallita», sentenzia Trump, che però assicura che il dialogo con «le alte sfere» del regime è già avviato e, a detta di alcuni funzionari della Casa Bianca, immagina una «soluzione diplomatica». È ciò che teme la dissidenza, che punta invece sull’ala “massimalista” guidata dal segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli cubani. «Da anni chiediamo che Cuba sia trattata come il Sudafrica durante l’apartheid. L’isolamento totale è necessario affinché il regime accetti il dialogo, ma la soluzione non deve venire dall’esterno: il regime deve parlare con la gente di Cuba», dice al Corriere Carlos Payá, leader in esilio del Movimento Cristiano di Liberazione. «Ci preoccupa che si arrivi a una soluzione stile Venezuela, in cui Cuba non disturba più gli Stati Uniti, magari fornisce loro nichel e rame, che sono le uniche cose che possiede, e in cambio gli Usa non si intromettono nella politica interna né nella questione dei diritti umani».
Sono oltre mille i prigionieri politici a Cuba. Amnesty international ha denunciato il deterioramento delle condizioni carcerarie, oltre a «una nuova ondata di arresti arbitrari». Dietro le sbarre, poco cibo e pochissime visite. Fuori, non si sta molto meglio.
Il vuoto del Malecón
I cubani continuano ad andare sul Malecón, con un misto di rassegnazione e speranza, ma nessuna petroliera entra più nella baia dell’Avana. Caracas inviava tra i 27.000 e i 35.000 barili di petrolio al giorno all’isola, che con la produzione interna copre solo il 40% del suo fabbisogno. Oggi, i trasporti pubblici non funzionano quasi più, di auto se ne vedono in giro sempre meno, molti sono tornati ad usare il carbone o il fuoco a legna per cucinare. Il regime sta razionando l’energia e il ministro dell’Industria alimentare ha confermato che si darà priorità ai «prodotti da esportazione, per ottenere la valuta necessaria». Negli ospedali, fiore all’occhiello della Revolución, sono stati sospesi gli interventi chirurgici non urgenti e anche le medicine stanno finendo. Tra black out continui e il timore di un conflitto, i turisti fanno le valigie, hotel e ristoranti chiudono i battenti e perfino le ambasciate valutano l’evacuazione.
Rosa Rodríguez non si preoccupa per gli ospiti dei resort in fuga – «i loro soldi non sono mai arrivati alla gente di Cuba, finiscono tutti alle forze armate che gestiscono il turismo» – ma delle madri che non riescono più a comprare latte e medicine per i figli. «La gente sta morendo di terrore, fame e miseria, senza elettricità né acqua», dice al Corriere la storica dissidente del Movimento cristiano di liberazione. «Quasi tutti i giovani sono andati all’estero. A Cuba sono rimasti bambini ed anziani. E le madri che protestano in strada. Le arrestano, le picchiano e le rimandano a casa».
La protesta dell’Onu
Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha lanciato l’allarme sulla crisi a Cuba. «È molto ingiusto. Non si può strangolare un popolo in questo modo», gli ha fatto eco la presidente messicana Claudia Sheinbaum, che ha sostituito l’invio di petrolio all’Avana con «spedizioni umanitarie» di viveri. Ironicamente, anche gli Usa stanno inviando aiuti alimentari, attraverso la Chiesa cattolica, l’unica istituzione che a Cuba non dipende dal Partito comunista. Evitare un’esplosione sociale spontanea, come quella repressa con migliaia di arresti nel 2021, è vitale per il regime, che può comunque contare sulla mancanza di un’opposizione organizzata, a differenza del Venezuela. Ma è un equilibrio delicato anche per Trump, perché un collasso politico e umanitario a Cuba potrebbe provocare un esodo di massa verso la Florida, come fu la crisi dei “balseros” nel 1994, dopo la caduta dell’URSS.
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13 febbraio 2026
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