C’è un Marco Baldini che non appartiene alle cronache, ma alla vita vera. Quella che profuma di sugo all’inzimino, di risvegli precoci e di un futuro che ha il nome di un bambino di cinque anni. In questa chiacchierata con Leggo, il “re del cazzeggio” radiofonico mette da parte i demoni del passato per mostrare la sua versione più autentica: quella di un padre che a 61 anni ha deciso di rimettersi in gioco, fisicamente e spiritualmente. Tra aneddoti su Cecchetto e Fiorello, riflessioni sulla qualità perduta dei media moderni e il desiderio di raccontare la sua storia con la cruda onestà di un film di Danny Boyle, Baldini ci apre le porte del suo presente.




Marco, siamo nel 2026. Dopo una carriera vissuta a mille all’ora, cos’è che la rende ancora curioso della vita oggi?


«Mio figlio. Senza dubbio»


Lei è diventato papà a 61 anni. Leo è nato il primo novembre del 2020: qual è la cosa più assurda e bella che nessuno le aveva detto sulla paternità “over 60”?


«È stata un’esperienza totale. Sono stato in sala operatoria e l’ho tirato fuori io, insieme all’ostetrica. Ho assistito a tutto il parto, dall’inizio alla fine: l’ho preso proprio io e ho tagliato il cordone ombelicale. E sa qual è stato il suo ringraziamento? Mi ha fatto la pipì addosso appena nato»


Immagino che la sua sveglia sia cambiata radicalmente…


«Diciamo che la sveglia coincide quasi con l’addormentamento! Quando era piccolo era un continuo, ora che ha cinque anni a metà notte vuole venire nel lettone. Praticamente non si dorme mai, si sveglia almeno un paio di volte per notte ancora adesso»


Se lo immaginava così impegnativo?


«In parte sì. Quando ho scoperto che la mia compagna, Aurora, era incinta, ho ricominciato ad allenarmi. Ogni mattina mi alzo alle 6:30 e faccio 40 minuti di ginnastica. Mi serve per reggere i ritmi di Leo: ha una forza pazzesca, sembra un bambino di sette anni. Quando prende la rincorsa e mi urla “Papà, arrivo!”, mi travolge con la potenza di un motorino. Devo farmi trovare pronto»


A proposito di Aurora, avete 26 anni di differenza. Lei l’ha spesso descritta come la sua ancora di salvezza. Cosa vi fa ridere ancora oggi? «Ridiamo molto dei comportamenti di Leo. In realtà Aurora ultimamente ride meno, poverina: lavora nell’ufficio marketing di un’assicurazione, spesso è al computer in smart working fino a mezzanotte o all’una, e la mattina alle otto ricomincia tra lavoro e figlio. I ritmi sono serrati, ma i discorsi di nostro figlio restano la nostra medicina»



Sui social lei si definisce un “food & wine lover”. Qual è il sapore che la fa sentire un fiorentino doc?


«Per il vino vado sui rossi piemontesi, ma se devo pensare a Firenze dico Chianti Gallo Nero. Mi riporta a quando vivevo in fattoria da mio zio parroco: c’erano gli animali, le vigne, gli olivi. Il vino fatto dai contadini aveva un profumo indimenticabile. A casa poi il cuoco sono io; ho imparato dalle mie zie che la domenica dovevano sfamare anche quaranta persone»


Qual è il suo “cavallo di battaglia” ai fornelli?


«Due piatti. La pappa al pomodoro e l’Inzimino di Totani. È una zuppa di totani e spinaci al pomodoro, piccante, servita sul pane abbrustolito. Si fa appassire porro e aglio nel coccio, si sfumano i totani col vino e si cuoce tutto lentamente. È un sapore antico, che pochi conoscono ma che adoro.»


Parliamo di carriera. C’è una cena “epica” con Cecchetto, Linus e Fiorello che ricorda con particolare affetto?


«Direi il matrimonio di Claudio Cecchetto a Riccione. Eravamo davvero tutti lì, è un bellissimo ricordo di un’epoca irripetibile»


Cecchetto la scoprì che era giovanissimo. Qual è la lezione più importante che le ha lasciato e che applica ancora oggi nei suoi programmi su Radio Roma Sound o Lazio TV?


«Me ne ha date due.

La prima: voler bene al pubblico. Essere sempre gentili e disponibili con chi ti ferma per strada, perché lavoriamo grazie a loro. La seconda: non improvvisare mai. Bisogna prepararsi sempre, in qualsiasi momento».

Cosa le dà più gusto oggi nel fare radio rispetto ai tempi d’oro di Viva Radio 2?


«La libertà musicale. Oggi mi scelgo i dischi, me li porto da casa come facevo da ragazzino negli anni ’70. Nelle grandi radio oggi c’è il “clock”, una programmazione rigida che non puoi sgarrare. Capisco le esigenze commerciali, ma si perde lo spirito primario della radio: proporre la musica che ami»


Un momento di “cazzeggio” puro con Fiorello e Nicola Savino che porterà sempre nel cuore?


«Ai tempi di Viva Radio Deejay — quando Nicola era il nostro fonico — Fiorello arrivò in studio con un piatto di piselli preso al bar sotto. Gli cadde tutto durante la diretta. Abbiamo passato una settimana a staccare piselli dai microfoni e dalle pareti dello studio. Un disastro esilarante»




Cosa direbbe a un ventenne che vuole fare radio nel 2026?


«Oggi il sistema è appiattito sul marchio della radio, mentre Cecchetto puntava sui personaggi. Io dico ai giovani: adattatevi per lavorare, ma cercate di non smussare troppo gli angoli del vostro carattere. In TV puoi salvarti con una smorfia o una luce giusta, ma in radio sei solo tu davanti a un microfono. Se fingi, la gente lo sente subito»


E dei podcast cosa ne pensa?


«Non ci ho ancora capito molto, onestamente. Per me la radio resta quella che accendi in macchina nel traffico. Il podcast lo vedo più come un prodotto di nicchia, da fruire a casa. Forse potrebbe funzionare un formato breve, da 10 minuti, pensato per chi sta in metro col telefonino»


Se dovesse farne uno lei, come sarebbe?


«Ho un’idea: una “radio fantasma” che arriva dal passato. Un programma che sembra trasmesso realmente nel 1976, con lo stile, le notizie e la musica dell’epoca, senza dichiarare che è una finzione. Magari facendo battute paradossali: “Ci dicono che in futuro avremo telefoni in tasca, ma vi immaginate che rottura di scatole?”. Sarebbe un modo per mostrare come si facevano le cose un tempo, quando la qualità era oggettiva e non c’erano i talent.»


Lei ha ispirato il film Il mattino ha l’oro in bocca. Se potesse girarlo oggi, cosa cambierebbe?


«Tutto. Io ho solo ceduto i diritti del libro e me ne sono pentito. È stata fatta una commedia, ma io volevo una storia alla Trainspotting. Volevo che quando c’era da ridere si ridesse, ma che quando c’era da aver paura si provasse terrore vero. Non è stato colto lo spirito della Milano di quegli anni»




Sogna ancora una serie TV, magari su Netflix?


«Sì, è un progetto ambizioso. Mi piacerebbe raccontare la mia vera storia con uno stile crudo, drammatico ma con un fondo comico, un po’ come ho visto fare egregiamente in serie recenti. Una narrazione senza filtri»


C’è qualcosa che non ha mai detto e di cui si pente?


«Di non essere stato abbastanza con i miei genitori. Ho perso mio padre nel 2018 e mia mamma lo scorso novembre. Mi sono staccato da casa a 29 anni, ma sento di averli abbandonati troppo presto nel senso profondo del termine»


Marco, oggi quando si sveglia è felice?


«È una domanda da un milione di dollari. Cerco di essere realista e vivere l’attimo. Vedo Leo che dorme accanto a me nelle mie stesse posizioni e sorrido. I primi 40 minuti della giornata li dedico alla ginnastica per scollegare la mente, che è la fonte di ogni guaio. Come diceva il Dalai Lama: ci sono solo due giorni in cui non puoi fare niente, ieri e domani. Io cerco di vivere l’adesso.»




Ultimo aggiornamento: sabato 14 febbraio 2026, 06:54





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