Cara British Airways, ti scrivo in pubblico per impossibilità di scriverti in privato. Accade infatti che, da quando tutto fa schifo, anche le cose che una volta erano selettive, sia difficilissimo comunicare a chi ti fornisce uno schifo di servizio che quel servizio è diventato uno schifo.

Tu non lo sai perché sei inglese, ma quando io ero giovane alla tv italiana c’era uno strepitoso personaggio recitato da Cinzia Leone. Era una funzionaria che teneva lo sportello aperto «dalle otto alle otto». Il suo appropriato slogan era «cogli l’attimo».

Quando cominciai a lavorare per la Rai, e scoprii il magico mondo dell’inseguimento delle fatture non pagate, capii a cosa si fosse ispirata Cinzia Leone. La Rai era infatti convinta che esistesse ancora il regno d’Italia, e perciò gestiva (non so se sia ancora così) i pagamenti da Torino. Quindi tu, che fino a un certo punto avevi inseguito funzionarie in giro per corridoi romani, sul più bello ti sentivi dire che la fattura era arrivata a Torino, e perciò ora ne rispondevano loro.

C’era un numero, per chiedere conto dei pagamenti all’amministrazione del regno d’Italia. Lo chiamavano tutti i collaboratori squattrinati, cioè alcune migliaia di persone. Era un numero che rispondeva solo il lunedì e il mercoledì, dalle undici a mezzogiorno. Dovevi trovare libero provando accanitamente per due ore a settimana. Cogli l’attimo.

Erano gli anni Novanta, tutti quelli che non conoscevano la Rai e ai quali raccontavo questa cosa ridevano moltissimo. Sono troppo vecchia da troppi anni per inseguire pagamenti, ma adesso credo facciano così tutti: se il servizio pagamenti è inadeguato ovunque, ovunque vuoi arginare i rompicoglioni che se ne lamentano.

Col finto lusso è uguale: centralini con tanti di quei numeri da pigiare che alla fine molli il colpo, «clicca qui per contattarci» sui siti che non conducono ad alcun indirizzo email. L’altro giorno una conoscente che ha non so che carta di credito megasuperplatino con uranio arricchito mi ha detto che il servizio clienti funziona talmente male «che a quelli che hanno la carta oro daranno due schiaffi». Quindi, cara British Airways, ti scrivo qui.

Devi sapere, cara British Airways, che il 2025 per me è stato un anno molto traumatico. Nel 2024, infatti, non ho pubblicato alcun libro. Ciò significa che non sono andata in giro a promuovere alcun libro. Ciò significa che a un certo punto del 2025, non avendo accumulato abbastanza punti, non avevo più diritto a una Carta Freccia Oro, e non potevo più accedere alle sale Frecciarossa, fondamentali perché dotate degli unici cessi puliti all’interno delle stazioni ferroviarie.

Se non fosse per i cessi, ti confesso, non me ne importerebbe niente di stare nelle sale d’attesa dei treni, che come tutto il resto sono negli anni declinate. Siamo infatti ormai in un sistema economico basato sul raccattare spicci, il che fa sì che tutti – tu, cara British, ma anche Trenitalia, ma anche chiunque altro – vendiate accessi alle sale d’attesa a gente che non se li è guadagnati col sudore dei suoi punti.

«Se permettiamo a tutti di diventare Admiral, perché qualcuno dovrebbe voler diventare Admiral?», si domanda un dirigente della American Airlines negli anni Sessanta, quando l’esclusività dei club di viaggiatori frequenti con sale d’attesa dedicate viene ritenuta discriminatoria. Lo racconta un articolo d’un paio di mesi fa del New Yorker, che ricostruisce il dramma di questo lusso da poveracci, di quest’esclusività non esclusiva, di questa cura del cliente a punteggio. L’Admirals club era la prima casta di viaggiatori a punti con servizi di lusso, nata nel 1939, nel mondo di prima.

Una delle ultime volte che sono andata in una sala Frecciarossa, quando ancora ero una viaggiatrice da abbastanza Executive l’anno da avere l’accesso automatico, il tizio all’ingresso mi ha fermata nonostante avessi strisciato la carta e mi ha chiesto di fargli vedere il biglietto. La sala era così sovraffollata che ti facevano entrare solo se avevi un treno da prendere quel giorno.

Lì per lì ho pensato che evidentemente esisteva una tipologia di persona che andava in stazione a farsi un giro nella sala Frecciarossa, dove puoi bere vini tiepidi versati a due dita alla volta in bicchieri di plastica, anche se non doveva partire, e che speravo che questa tipologia di persona la stesse studiando un qualche regista coreano – ma era perché non avevo ancora letto il New Yorker.

All’aeroporto di Washington, mi spiega l’articolo, i fortunati coi punti Admiral andavano la domenica sera solo per bersi una cosa nella fighissima sala d’attesa, senza aerei da prendere. Ma era il mondo di prima: il dépliant magnificava gli arredi di una sala «che piacerà agli uomini ma in cui le donne si sentiranno a casa», mica questi posti da Mondo Convenienza in cui il wifi prende male.

Ma non distraiamoci, cara British Airways, torniamo a questo disgraziato secolo e a te. L’essere umano, come saprai, è fatto al 95 per cento di abitudini. È per questo che io mi ostino a volare con te: perché sono abituata da quando c’era la lira e non c’era il volo Emirates tra Milano e New York, e prendere te era la cosa migliore nonostante lo scalo a Heathrow, dove se imbarchi i bagagli sai già che nella coincidenza non te li caricheranno e starai due giorni senza vestiti.

Non ho cambiato aeroporto neanche quando tutti i miei amici hanno iniziato a magnificare London City, io sono fatta di abitudini e voglio sapere dove prendere la Piccadilly Line per arrivare lì, e una volta lì voglio orientarmi senza sforzo sapendo dove sono gli imbarchi, dov’è la sala d’attesa, dove si prende il cappuccino. Io sono talmente fatta di abitudini che preferisco ogni volta bestemmiare per i controlli di sicurezza a Heathrow, senza gara quelli gestiti peggio al mondo, che cambiare.

Tu lo sai, British Airways, quanto dura un volo tra l’Italia e Londra? Più o meno un’ora e mezza. Che ragioni ci sono di pagare una business invece che un’economy? Certo non le poltrone, che sono comunque minuscole e orrende ma tanto non fai in tempo a decollare che atterri. Certo non il fatto di bere il succo di pomodoro in un bicchiere di vetro invece che in uno di carta. Certo non l’assicurarsi il posto finestrino, visto che nell’economia del ramazzare gli spicci ora vuoi che ti paghi la scelta del posto pure in business.

L’unica ragione per prendere la business è la sala d’attesa, che quelli che vogliono fare i cosmopoliti chiamano lounge. La sala d’attesa che fa comunque schifo, intendiamoci. L’ultima volta, a Londra, dovevo ricaricare il telefono, che mi sembra una richiesta abbastanza minima per un passeggero che ha teoricamente scelto l’opzione più di lusso tra quelle offerte da una compagnia aerea. Nella lounge da un migliaio di persone ci sono sei prese. Sei. Ovviamente erano tutte occupate. Quando sono andata a chiedere alla trentenne che teoricamente era lì per assistere i passeggeri, lei mi ha detto che non era un suo problema. Quando le ho chiesto di mettermi in carica il telefono nel suo gabbiotto, mi ha detto che non faceva cose del genere. Quando le ho detto di chiamarmi chiunque fosse responsabile di quella pessima organizzazione, mi ha detto che potevo chiamare io gli uffici della British. Col telefono scarico.

C’è stata anche un’interessante parentesi «I’m not here to be harassed» «Look up “harassment” on the dictionary», ma non starò a tediarti con la cronaca di impiegate convinte che chieder loro di fare il lavoro per cui sono pagate sia harassment, perché mentre uscivo bestemmiando mi ha intercettata una hostess gentile (non trentenne, ma è sicuramente un caso) che mi ha svelato che c’era una presa nascosta dietro un mobile, e tutto è bene quel che finisce in ricarica.

Tutto questo era solo per dirti: non è che una ambisca alle tue sale d’attesa perché sono il bengodi. Però, se paga un biglietto per uno di quei carri bestiame che sono gli aerei moderni come fosse un biglietto per un volo di quando il concetto di prima classe aveva un senso, vorrebbe almeno poter ricaricare il telefono.

Tutto questo per dirti che, siccome sono scarsa quanto a curva di apprendimento, sto per prendere un altro tuo volo con un inutile biglietto di business, e vorrei sapere se alle partenze bolognesi siamo sempre considerati indegni di sala d’attesa e devo farmi il cappuccino a casa, o se è stata ripristinata la civiltà. Te l’avrei chiesto privatamente, ma magari era harassment.