Oggi la posizione a V è lo standard mondiale: dietro quella figura sospesa nell’aria c’è la storia di uno sciatore svedese che capì, per caso, come usare la fisica a proprio favore
Nel salto con gli sci, che ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina lasciano a bocca aperta, c’è un istante in cui la caduta rallenta e l’atleta sembra sospeso nel vuoto. Lascia il trampolino a quasi 100 chilometri orari, il pubblico trattiene il fiato e per qualche secondo il corpo non precipita: scivola nell’aria. Non è magia. È fisica applicata con precisione millimetrica. E la chiave di tutto è quella caratteristica posizione “a V” degli sci, diventata ormai l’icona stessa di questa disciplina.
La fisica vince sull’estetica
Fino agli anni Ottanta i saltatori volavano con gli sci paralleli, come due binari sospesi. Poi arrivò una piccola rivoluzione tecnica, nata quasi per caso. A metà degli anni Ottanta, come ricorda Focus, un giovane svedese, Jan Boklöv, cominciò ad aprire istintivamente le punte degli sci durante il volo. Non era una teoria studiata in laboratorio: era un modo per sentirsi più stabile in aria. Il risultato fu clamoroso. I suoi salti erano sistematicamente più lunghi.
All’inizio i giudici lo penalizzarono per lo «stile imperfetto». La tradizione imponeva sci rigorosamente paralleli, e quella V appariva sgraziata, quasi un errore. Ma i metri guadagnati erano troppo evidenti per essere ignorati. Nel giro di poche stagioni la nuova postura si diffuse tra gli atleti di vertice e riscrisse gli standard della disciplina. L’estetica dovette adeguarsi all’evidenza: la fisica funzionava.
I test nella galleria del vento confermarono presto ciò che i metri in volo già raccontavano: la posizione a V aumentava la portanza del 28% rispetto agli sci paralleli e incrementava la lunghezza dei salti del 10%. Nel giro di pochi anni, tutti i saltatori adottarono la V. Oggi è lo standard mondiale.
La fisica dell’ala umana
Il punto cruciale è appunto la portanza, la stessa forza che permette a un aereo di restare in aria. Quando un corpo si muove nell’aria a grande velocità, la sua forma e il suo orientamento determinano la distribuzione delle pressioni tra la parte superiore e quella inferiore. Se sotto il corpo la pressione è maggiore che sopra, si genera una forza verso l’alto. Nel salto con gli sci l’obiettivo non è «volare» nel senso stretto del termine, ma rallentare la caduta quanto basta per percorrere la massima distanza prima dell’atterraggio.
Aprendo gli sci a V, l’atleta aumenta la superficie efficace che interagisce con il flusso d’aria. Gli sci e il corpo diventano, di fatto, una sorta di ala improvvisata. L’aria che scorre tra le due lamine crea una zona di pressione più alta che contribuisce alla portanza. Rispetto alla posizione con sci paralleli, la V può aumentare la portanza di oltre il 20 per cento. In uno sport in cui pochi metri separano il podio dal quarto posto, è un’enormità.
La posizione in volo
Non è solo questione di aprire gli sci. L’angolo conta: in genere le punte si divaricano tra i 30 e i 45 gradi, mentre il busto si inclina in avanti per ridurre la resistenza aerodinamica e ottimizzare l’assetto. Il corpo deve essere compatto, le braccia arretrate, la testa bassa. Ogni superficie esposta inutilmente al vento si traduce in resistenza, cioè in energia dissipata.
Le velocità in gioco sono impressionanti. Al termine della rincorsa, su un trampolino Large Hill, si raggiungono facilmente i 90-100 chilometri orari. Il volo può durare più di sette secondi, con distanze che superano i 140 metri. In quel tempo sospeso il saltatore non è un semplice corpo in caduta libera, ma un sistema dinamico che reagisce alle variazioni del vento e alle micro-turbolenze. Piccoli aggiustamenti di pochi gradi possono modificare in modo sensibile la traiettoria.
La traiettoria dal trampolino
Tutto inizia però dal trampolino. L’angolo di uscita determina la traiettoria iniziale e quindi l’efficacia della fase di volo. Se l’atleta stacca troppo presto o troppo tardi, se l’angolo è eccessivo o insufficiente, la V non può compensare l’errore. La tecnica moderna è il risultato di decenni di studi in galleria del vento, simulazioni al computer e analisi video ad alta velocità.
L’abbigliamento
Anche l’abbigliamento è progettato per massimizzare la resa aerodinamica entro limiti regolamentari molto rigidi. Le tute devono rispettare parametri millimetrici: devono essere più larghe di soli 2-5 centimetri rispetto alla circonferenza corporea. Gli sci non possono superare il 145% dell’altezza dell’atleta. Il casco deve essere liscio, senza protezioni frontali o accessori. Il motivo è semplice: anche piccole modifiche fanno una differenza enorme. Negli anni 2000 scoppiò uno scandalo quando alcune squadre vennero accusate di usare tute troppo larghe, che creavano «bolle d’aria» aumentando ulteriormente la portanza. Da allora, i controlli sono severissimi. Modificare anche di poco questi parametri può portare alla squalifica immediata.
Il vento: amico o nemico?
C’è poi una variabile che nessun atleta può controllare: il vento. Nel salto con gli sci, però, le regole sono controintuitive. Il vento contrario è il migliore alleato del saltatore: colpendo frontalmente l’atleta e la parte inferiore degli sci, crea un sostegno che aumenta la portanza e prolunga il volo. Al contrario, il vento alle spalle è il nemico: spinge lo sciatore dall’alto verso il basso, riducendo il sostegno dell’aria e facendo cadere la traiettoria prima del previsto. Per rendere le gare più eque, un sofisticato sistema di sensori calcola queste variazioni in tempo reale.
Chi salta con vento frontale vede sottratti punti dal punteggio; chi affronta vento da dietro riceve bonus compensativi.
Anche la temperatura conta. L’aria fredda è più densa e offre un sostegno maggiore. In una giornata gelida con temperatura di -10°C, la portanza è significativamente superiore rispetto a una giornata più mite. È per questo che i record tendono ad arrivare nelle gare invernali più fredde.
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14 febbraio 2026
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