Come gran parte delle capitali mediterranee, anche Atene è diventata una città da soggiorni brevi e, di conseguenza, l’architettura ha imparato ad adattatarsi rispondendo alle nuove esigenze. Così, case piccole, balconi sottili e viste improvvise sull’Acropoli tra un palazzo e l’altro sono diventate lo sfondo perfetto per le avventure della maggior parte dei viaggiatori, che il più delle volte cercano un indirizzo pratico, confortevole e che non sia troppo complesso nella quotidianità, specialmente se si tratta di pochi giorni. In questo contesto si inserisce Bunny, la mini-casa di 25 mq nel centro progettata da Federica Scalise, italiana trapiantata in Grecia con una doppia formazione che pesa e si sente: architettura e illustrazione.
Lea Martin Abazoglou
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La domanda, qui, viene quasi spontanea: quanto l’immagine può influenzare lo spazio costruito? In Bunny la risposta arriva in una casa che sembra disegnata prima ancora che arredata e dove ogni colore è un segno netto, ogni volume una texture precisa, ogni elemento una campitura ben riconoscibile. L’intervento architettonico parte da un gesto semplice e radicale: un nuovo volume bianco inserito in un edificio brutalista esistente. È una scatola nella scatola, che si racconta come un dispositivo che organizza gerarchie e percorsi. Dentro trovano posto il bagno, schermato da una porta a tutta altezza, un’alcova rialzata per dormire, un armadio. All’esterno, quello stesso volume diventa fondale della cucina, trasformando quei 25 mq in un esercizio formale di addomesticamento. Scalise aveva già lavorato sul tema del microformato ad Atene, prima con un appartamento giocato su cromie decise, poi con una mini-casa di 20 metri quadrati azzurra e argento dove il colore diventa spazio della quotidianità. Qui il registro si fa più calibrato, quasi gastronomico: giallo burro per la cucina, rosa cipria per le piastrelle del bagno, blu saturo per la porta che nasconde la doccia, verde e rosso scandiscono mensole e sedute.
Lea Martin Abazoglou
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Il rischio, quando si progetta per affitti brevi, è l’anonimato. Interni intercambiabili, rassicuranti fino a risultare generici. Bunny sceglie un’altra strada: dichiarare un carattere preciso, pur restando accogliente. La cucina diventa una quinta luminosa sotto un grande oblò circolare che riflette il soffitto in cemento a vista. L’alcova rialzata, con il suo riferimento al tokonoma giapponese, è uno spazio raccolto, una nicchia intima e per pochi. Non a caso, è una tenda a segnare il passaggio, suggerendo l’ingresso senza complicare la pianta o ridurre spazio. E poi c’è l’altezza: se lo sguardo si abbassa incontra il parquet chiaro, le superfici bianche, i colori pastello; se si alza, scopre il solaio in cemento lasciato grezzo, un pilastro strutturale che attraversa lo spazio notte. Così, mentre la parte alta racconta l’edificio, la sua materia dura, urbana, quella bassa, addomestica, ammorbidisce gli interni, rendendo lezioso ciò che potrebbe risultare severo. È un dialogo verticale tra struttura e scena, tra città e rifugio.
Lea Martin Abazoglou
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Sono nato a Napoli, non parlo in terza persona e non curo cose, oggetti, persone o animali. Ho studiato architettura tra il Politecnico di Milano e l’ENSA Paris-Belleville per poi laurearmi in Architettura delle Costruzioni. Mi sono occupato di allestimenti seguendo i progetti di NENDO, scrivo di grandi architetture e sto completando un dottorando in Composizione allo IUAV di Venezia. Nonostante questo, tutto regolare.




