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Daniele Sparisci, inviato a Bormio

Cita Pelé, disegna vestiti che indossa, ha sfilato alla settimana della moda a Copenaghen: i segreti del campione che ha regalato un oro storico al Brasile

Salta e balla Lucas fra le scariche di neve e pioggia, mentre noi cadiamo. Avvolto nella bandiera verdeoro, commosso, Pinheiro Braathen consegna al Brasile di mamma Alessandra la prima medaglia nella storia dei Giochi Invernali in un gigante reso impegnativo dal meteo.
  
Risponde al telefono in italiano (cosa che non fa nelle interviste o nelle conferenze perché è un perfezionista e non si sente sicuro), in linea c’è Alberto Tomba: «Sto piangendo come te, sei il migliore». È l’unica traccia di tricolore sul podio, il mito di Alberto. Il presente è gramo nelle discipline tecniche, e non da ieri. Gli errori si ripetono, quelli di Alex Vinatzer come in un loop. Il grande incompiuto dello sci azzurro aveva buttato via una medaglia quasi certa, ieri fra le porte larghe (per lui un podio quest’anno in Coppa del Mondo a Beaver Creek, poi pochissimo) è franato nella seconda manche come gli era capitato a Schladming e parecchie altre occasioni in passato. È vittima della foga che lo spinge a tentare rimonte rischiose (11° nella prima frazione, eppure non lontanissimo dalla zona podio: «Dovevo soltanto attaccare— si giustifica— , era l’unica opzione che avevo per provare a recuperare e non ho alcun rimpianto. Contava soltanto la medaglia».

Gli rimane un’ultima chance nello slalom di domani per ritoccare il bilancio della squadra maschile, fermo a un argento e un bronzo conquistati nella discesa, il primo giorno di Giochi. È andata comunque meglio che a Pechino 2022 quando era stata raggiunta quota zero. A salvare l’Italia è stato il veterano Dominik Paris al suo ultimo appuntamento olimpico, ma soprattutto Giovanni Franzoni. Uno squarcio di luce sul futuro, unico dei quattro azzurri in gara a vedere il traguardo (out De Aliprandini e Kastlunger), seppure da 24esimo, in una specialità che pratica per allenarsi alla velocità, a sua vocazione è la velocità, si autoassegna un «8,5 in queste Olimpiadi da leccarsi le dita». Ha pagato il frullatore di emozioni («Il mio fisico e la mia testa sono arrivati al limite) e su questo deve crescere, prendendo spunto dal coetaneo Von Allmen, imperturbabile di fronte a tre ori.



















































Altri svizzeri ieri, Odermatt e Meillard, hanno dato inutilmente l’assalto al fuggitivo Pinheiro, ma era il giorno di Lucas. Una vita divisa fra due continenti, fra due culture: venticinque anni, nato a Oslo, poi conteso fra i genitori dopo la separazione. Passa qualche anno a San Paolo dove s’innamora del calcio, e di cosa sennò da quelle parti? «Io volevo diventare come Ronaldo e Ronaldinho —, personalità che hanno cambiato lo sport. Aver sentito l’inno brasiliano risuonare qui è una cosa che desideravo da quando andavo allo stadio a vedere la Nazionale». In realtà lui fino al 2023 ha corso e vinto con la Norvegia, il Paese dove è cresciuto e dove papà Bjorn l’ha spinto allo sci: «Volevo diventare un campione sportivo, sono diventato uno sciatore quasi per caso». Tre anni fa la rottura definitiva con la Federazione norge per una questione di sponsor e diritti d’immagine, un anno di stop dopo aver vinto la Coppa del Mondo di slalom. Quindi il ritorno con il Brasile e con tutto costruito attorno a lui grazie al sostegno del partner Atomic, sembrava una follia «ma era l’unica decisione davvero possibile per ritrovare la serenità. E in questo percorso gli ostacoli sono stati tantissimi». È diretto, fuori dagli schemi, cita Pelé: «Joga Bonito». Gioca bene, gioca bello. Come i vestiti che ama indossare e disegnare, ha sfilato alla settimana della moda a Copenaghen: «Ho bisogno di trovare ispirazione da persone e cose fuori in varie aree della vita». Dal Brasile lo hanno inondato di messaggi: «Gente che non ha mai visto la neve mi scrive: vai Lucas, vai!».

14 febbraio 2026