di
Enzo d’Errico

L’Italia intera con il fiato sospeso per il bimbo di Napoli

Un cuore che brucia al gelo e incenerisce la speranza, dissolve il sogno di correre senza fermarsi a riprendere fiato. Un cuore che doveva esserti amico, compagno del nuovo viaggio, e che invece si trasforma in uno spettro affamato, pronto a divorarti fegato, cervello, reni e ogni angolo del corpo dove la vita, testarda, continua a pulsare. Rimangono le braci di una timida illusione che Patrizia alimenta con il soffio dell’istinto materno, una forza cocciuta, ancestrale, che non sa di bollettini medici, referti, macchinari e vira là dove scorge qualche minima traccia d’orizzonte, un relitto al quale aggrapparsi in questo naufragio ancora senza colpevoli che tiene con il fiato sospeso l’Italia intera. Perché è lungo l’invisibile retta disegnata da Bolzano a Napoli che s’inarca la spina dorsale di una storia destinata a raccontare la tragedia di Francesco (nome immaginario), un bambino di due anni e tre mesi afflitto da una grave patologia cardiaca, ma anche il corto circuito che da nord a sud sta sgretolando gli ingranaggi della sanità pubblica, riducendo l’antico vanto del nostro Paese in una macchina arrugginita e, talvolta, addirittura pericolosa.

Gli snodi della trama sono ormai noti. È il 23 dicembre dello scorso anno quando nell’ospedale Monaldi di Napoli viene organizzato il trapianto. Da mesi, in famiglia, aspettavano di veder sbocciare questo giorno. Un video, girato poche settimane prima, mostra Francesco che gioca con la madre: lui ha lo sguardo felice e inconsapevole che regala l’infanzia, lei lo accarezza con gli occhi di chi non s’arrende alla sorte e intravede un domani migliore. I medici partono per Bolzano dove prenderanno in affidamento il cuore appena espiantato. Qualcosa, però, fa deragliare la routine: forse qualcuno aggiunge nel cestello frigorifero una busta di ghiaccio secco, materiale che avvelena la conservazione dell’organo. Cosa sia accaduto davvero toccherà alla magistratura stabilirlo. Di sicuro, comunque, il cuore che viene consegnato in sala operatoria all’equipe medica napoletana è irrimediabilmente danneggiato. Il bimbo è già stato sottoposto all’espianto e i suoi parametri vitali sono assicurati dalla circolazione extracorporea adottata per interventi del genere, una modalità che non prevede inversioni di marcia. In quell’istante il sogno di un’esistenza bevuta tutta d’un fiato, e mai più a piccoli sorsi interrotti, evapora sotto i fari che abbagliano la sagoma minuta stesa sul tavolo operatorio



















































Poco più in là, oltre le porte smerigliate della sala, Patrizia prega per il figlio e lo insegue lungo una rapsodia d’istanti leggeri, liberi dall’ipoteca della malattia. Ha una fiducia cieca, l’energia imperiosa e indistruttibile delle madri, ed è convinta che il suo bambino stia rinascendo dentro quella stanza asettica ingombra di medici e infermieri. Non sa che, nello stesso momento, il destino gli sta girando le spalle ancora una volta.

Qualsiasi genitore non può che coniugare al futuro i verbi indirizzati ai figli. E anche questa donna, solida come una quercia nel vento della disperazione, rifiuta che sia il passato l’unico tempo in cui continui a scorrere il ruscello di Francesco. Vuole, anzi pretende dal cielo o da chissà cosa, che quel ruscello diventi fiume e un giorno arrivi al mare, sebbene l’acqua diminuisca ogni ora che passa. Invoca una grazia e ripete senza sosta la cantilena che ciascuno di noi, al suo posto, avrebbe in gola: «Spero che arrivi un altro cuore e mio figlio possa finalmente tornare a casa». Neppure ascolta il diverbio tecnico tra i chirurghi dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, che ieri hanno dichiarato il piccolo inoperabile, e quelli del Monaldi che, al contrario, giudicano ancora possibile un trapianto se, in breve tempo, fosse disponibile un secondo cuore. Sa che deve tenere ancorato alla vita il suo frutto con il vigore inestinguibile del sentimento, l’unico ormeggio che oggi le impedisce di andare via e perdersi lontano in una nebbia di ricordi.

Rimangono sparse, simili a schegge sbalzate dalla lama di questa terribile vicenda, mille e più domande che rimbomberanno a lungo nella mente di Patrizia e di tutti noi. Come è stato possibile, qualora venisse accertato, commettere un errore così grossolano nel trasporto di un organo? Cosa ha spinto quel reparto del Monaldi, che appena qualche anno fa era considerato un’eccellenza medica di livello internazionale, a sprofondare negli inferi di quest’orrore? L’inchiesta giudiziaria, probabilmente, ci offrirà qualche risposta. La politica, a sua volta, dovrebbe trovare i rimedi e i fondi necessari per impedire che la sanità pubblica diventi sempre più una ruota di scorta dell’assistenza privata. E su questo sembra lecito avanzare dubbi. Ma chi non saprà più come abitare il mondo, orientandosi nella selva degli interrogativi, sarà una madre. Che resterà sola e verrà dimenticata. Con il suo cuore bruciato al gelo del disincanto.

14 febbraio 2026 ( modifica il 14 febbraio 2026 | 23:27)