Alla Berlinale è l’unica attrice italiana in gara: «Nel film Nina Roza sono una gallerista d’arte». Tre film per Pupi Avati: «Ai David di Donatello lui, che non è di sinistra, fu l’unico a dire cose coraggiose contro i tagli del governo»

Chiara Caselli si racconta con la sua anima libera, da gatta libera e solitaria che un tempo si nascondeva, coi suoi occhi di brace che non conoscono strategie carrieristiche. E’ l’unica attrice italiana alla Berlinale, dove porta «Nina Roza» della regista, Geneviève Dulude-De Celles.
Di lei si sa poco.
«E’ giovanissima, non ha 30 anni, al suo secondo film. Questo mi ricorda Il padre dei miei figli di Mia Hansen-Love, con cui già andai alla Berlinale, per la drammaturgia che si muove sotto pelle, seguendo movimenti interiori, lontana da conflitti e colpi di scena, quello che succede è sotto le parole. E’ un film atipico, il protagonista, Galin Stoev, in realtà è un regista ed è al suo primo film come attore, fa un esperto curatore d’arte che dopo 30 anni torna nella sua Bulgaria per capire se una bambina pittrice è un fake o un prodigio, e su di lei riverberano certe ferite con sua figlia, torna qualcosa del suo passato».
E il suo personaggio?
«Io vivo in Bulgaria, sono una gallerista italiana, innamorata dell’arte di quella bambina, che ha una gestualità alla Pollock, e teme che il suo talento grezzo possa esaurirsi in fuoco di paglia E’ interpretata da due gemelline perché da piccoli sul set non si può lavorare che poche ore».
Lei e i festival.
«A Berlino ci sono meno paillettes di Cannes, sulla croisette con tutto il cast del film di Marco Bechis arrivai in ritardo per un incidente d’auto, e corsi con i tacchi sul tappeto rosso mentre i vertici del festival ci guardavano con gli occhi di fuori. Venezia la amo, ci sono stata tante volte. Mi assale sempre l’ansia da dress code, come mi vesto. Lasciamo stare quando da ragazza non uscivo se non avevo la coscia di fuori».
Ha avuto tanti amori.
«Ho avuto soltanto due storie importanti, con Jacopo Quadri e Stefano Dionisi, buono, generoso, con delle ombre dentro. Eravamo ragazzi. Sarà una banalità ma gli amori passano, le amicizie restano e Amanda Sandrelli per me è come una sorella. Ci divertiamo, ridiamo, curiosamente non abbiamo mai recitato insieme».
Al cinema portava la sua sensualità, selvatica e timida.
«E’ strano quando vieni raccontata dagli altri, ci sono persone che mi dicono: io in te vedevo e sentivo delle cose…Io non mi chiedo mai come sono e come non sono. Ora mi considero una donna che ha un’energia e un modo di stare al mondo diversi, sarebbe triste se fossero rimasti uguali. Quando Gus Van Sant mi prese con Keanu Reeves per Belli e dannati ero una pischella di 23 anni, mi sembrava tutto naturale».
Negli ultimi anni si è sentita messa in disparte?
«Non è la parola giusta. Il lavoro dell’attrice può essere violento, dipende dal desiderio degli altri, che decidono se esisto o meno. La scelta in un film non va presa come una bocciatura della tua identità e valore, è una trappola micidiale. La mia attività di fotografa è del tutto diversa, prima posso creare un racconto di immagini e poi mi confronto col mondo. Ma intanto creo. Giovedì prossimo a Roma, in uno spazio in via della Penna, apro una mostra intitolata Oltre il giardino».
In che fase della vita è?
«Intanto avrò un grande cambiamento che segnerà la mia vita, dopo 25 anni devo traslocare, io e mio figlio Teo, che è nato e cresciuto qui, dobbiamo lasciare Trastevere. Ho lasciato Bologna a 19 anni, le mie radici sono all’Orto Botanico di Roma. Per fortuna sono assorbita da un grande progetto artistico di cui non posso ancora parlare».
Ha girato tre film per Pupi Avati.
«Lui è un umanista beffardo ti restituisce il piacere di costruire, è come uno scultore che arriva alla limatura finale, alza l’asticella, ti spinge a non accontentarti perché per lui è da buono il primo ciak. Ai David di Donatello, lui, che non è un uomo di sinistra, fu l’unico a dire cose coraggiose sul cinema che non è la priorità del governo, e vede tutti noi come un branco di comunisti. Puoi alla sua età non deve perorare per sé. E trovo bellissimo il suo ultimo libro».
Si intitola Rinnamorarsi.
«Pupi fluttua sui ricordi di giovinezza e le stagioni della vita; ci ho rivisto la Bologna dei miei genitori, il sapore delle lettere d’amore che mio padre scriveva a mia madre quando erano fidanzati, un mondo lontano che pur limitando le donne nelle loro scelte, perché non si poteva uscire da un sentiero tracciato, aveva una sua poesia».

15 febbraio 2026