«Oggi sembra che vada meglio una bestemmia che il voler trasmettere il cuore. Il mondo, a volte, sembra andare in quella direzione. Io devo imparare ancora tanto, lo dico con umiltà». Nicola Lattanzio, in arte Niko, non alza la voce. Non cerca lo scontro. La sua è un’analisi pacata, maturata osservando un sistema che spesso amplifica il rumore e fatica ad ascoltare la profondità. Ha 36 anni e una consapevolezza rara: il talento da solo non basta. «Faccio questo “lavoro”, inseguo il mio sogno da quando sono piccolo». In quelle virgolette c’è il rispetto per un mestiere che considera grande, quasi più grande di lui. E quando lo dice senza schermi — «Sono un cantante» — si avverte ancora un pudore autentico, come se ogni volta quella definizione fosse una responsabilità da meritare.



La perdita che ridefinisce la voce

La sua non è stata un’ascesa improvvisa, ma un percorso costruito passo dopo passo. Coro della scuola, poi lo studio rigoroso. «Ho fatto i provini per entrare nella scuola di Nora Orlandi e Lorena Scaccia, ho studiato con loro fino a 18 anni. Dopo che la mia insegnante è morta, ho iniziato a sperimentare da autodidatta».





Quella perdita segna un confine. Senza più una guida, Nicola si trova davanti alla domanda decisiva: chi sono davvero? «Mi sono scoperto piano piano. Ho capito che non dovevo inseguire soltanto la perfezione tecnica, ma trovare la mia dimensione e capire cosa volevo trasmettere cantando».



I talent e la scelta di restare intero

Le sue radici affondano nella musica nera, quella che vibra prima nell’anima e poi nella gola. «R&B e soul sono la mia anima, ma voglio incontrare la musica pop italiana. Voglio dare uno sprint internazionale alla mia arte». Non è una strategia di mercato, è un’identità che evolve. 


Come molti della sua generazione, ha attraversato il corridoio stretto dei talent. «Ho fatto provini per X Factor e Amici. Mi sono sentito un pesce fuor d’acqua. Un po’ triturato. In dieci secondi, poi avanti al prossimo». File interminabili, migliaia di ragazzi con lo stesso sogno. «Ci andai quando c’erano 30-40mila persone che provavano a entrare. Sono trasmissioni che danno una grande visibilità, ma se non hai le spalle ben larghe puoi commettere errori. Oggi ci ho messo una pietra sopra». Non è una rinuncia. È una scelta di tempo. Di maturazione.




Anche Sanremo resta un orizzonte, non un’ossessione. «È un sogno, ma non è una necessità. Mi dicono che “Anime Perse” sia un brano sanremese. Vorrei arrivarci preparato, semmai avrò l’occasione. Non ci ho mai provato».



L’ufficio e i numeri

La quotidianità ha il ritmo concreto delle responsabilità. «Faccio l’impiegato amministrativo, perché si deve mangiare». Lo dice con naturalezza, senza ombre. E trova un parallelo che racconta molto del suo sguardo: «Poi fare l’impiegato mi ricorda la musica, perché anche lì ci sono molti numeri». L’obiettivo resta limpido. «Sarebbe bello vivere di musica». I social, pur con quasi 40mila follower su Instagram, non sono il suo habitat. «Mi dicono che devo usarli di più, ci sto provando. Ma io guardo alla musica. Lì mi sento uno scemo, mi si legge in faccia». Eppure le persone arrivano. «Tanti mi scrivono che si rivedono nei testi, ed è una cosa che mi fa molto piacere e mi sorprende».



La voce prima dell’immagine

Nicola appartiene alla scuola della disciplina. «Un cantante deve essere innanzitutto intonato, lo studio è importante. Io sono cresciuto con Whitney Houston, Mariah Carey e Stevie Wonder». La sua visione è netta. «Deve avere una consapevolezza dello strumento che ha.

Mi è sempre piaciuta l’idea che il cantante debba fare il cantante. Per me è 80% voce e preparazione, 20% altro». Uno sguardo che si scontra con l’industria contemporanea. «Oggi le grandi etichette cercano il 20% voce e puntano sull’aspetto. Io ho studiato per dare il massimo dal punto di vista musicale. Deve arrivare la canzone, non il personaggio». Prima la sostanza. Poi tutto il resto.

Il dolore che squarcia il cuore

«“Anime Perse” mi ha sorpreso. La vedevo poco radiofonica e invece il brano è andato bene, per i miei numeri». Ma quel momento di crescita coincide con una frattura personale. «Mia madre è morta poco dopo l’uscita del singolo. È stato un momento molto triste. Lei mi aiuta da lassù, sento che mi è vicina. Canto per lei». E accanto a lui resta il sostegno più semplice e potente. «Accanto a me c’è papà, è sempre stato il mio fan numero uno». Da allora ogni palco è anche memoria.









«“Ti amo” è un insulto se non viene dal cuore. Le parole più importanti, se non nobilitate, si consumano e smettono di dire qualcosa». Nel 2026 l’amore è ovunque, ma spesso ridotto a frasi già sentite. “Mappa Perfetta”, il nuovo progetto di Niko, nasce da questo scarto: parole perfette, esperienze molto meno.



Le direzioni e i sogni

Nel suo cammino ha raccolto parole che valgono più di una targa. «Porto nel cuore i complimenti di Pippo Caruso». A Castrocaro, Beppe Vessicchio gli affida una linea guida: «Se rimani impostato e non ti fai modificare, la tua strada arriva». Poi “Sonic Factory”, il premio come “Miglior Presenza Scenica” e la frase di Marcello Balestra: «Sei stato quello più vero e preparato a livello di tenuta».




Ama Giorgia — «la ascolto sempre, è una che merita tanto» — e con lei vorrebbe un giorno dividere il palco. Lo stesso desiderio lo lega a Marco Mengoni e a Lucio Corsi. All’estero guarda a «Benson Boone… è preparatissimo», mentre il sogno “impossibile” resta Stevie Wonder. E tra i palchi immaginati c’è anche l’Olimpico. 




Ma oltre i nomi e oltre gli stadi, la sua misura resta essenziale. «Voglio arrivare alle persone per la musica, non per il mio aspetto. Mi basta anche una sola persona che mi dica che l’ho accompagnata in un percorso». Duettare con i grandi è un sogno. Entrare nel cuore di qualcuno, restarci in silenzio con una canzone, è la sua idea di successo.




Ultimo aggiornamento: domenica 15 febbraio 2026, 14:24





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