di
Adriana Logroscino
L’ex presidente della Corte costituzionale contro il procuratore. E Nordio attacca il Csm
Roma «Il Consiglio superiore della magistratura è riuscito a comprimere il massimo numero di espressioni contorte nella minima credibilità del loro contenuto». Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, commenta caustico il documento sottoscritto da alcuni componenti del Csm in difesa del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. E il livello di scontro tra governo e magistrati, riscaldato dall’approssimarsi del referendum, continua a salire.
Chi bacchetta severamente Gratteri per il suo riferimento agli «indagati che voteranno tutti per il sì», è anche Augusto Barbera, ex presidente della Corte costituzionale, schierato per il sì: «In questo clima avvelenato le parole del procuratore Gratteri sono indecenti e al limite dell’eversione», dice l’eminente giurista in una intervista pubblicata sui canali social del comitato Sì riforma. «Se a dividere gli elettori italiani tra indagati e non indagati, imputati e non imputati, massoni e non massoni fosse un cittadino qualunque sarebbe un modo rozzo di fare politica. Se a farlo è il procuratore della Repubblica di Napoli è veramente una delusione ai limiti dell’indecenza». Gratteri torna sul merito delle sue parole che ritiene siano state «riportate con malafede». E spiega: «Ho detto che i mafiosi, la massoneria deviata, voteranno sì. Non che chi vota sì è mafioso o massone. Chi non ha argomenti per spiegare qual è il vero motivo di questa riforma, attacca me».
Intorno alla consultazione del 22 e 23 marzo serpeggia l’incertezza e di conseguenza si affinano le strategie in entrambi gli schieramenti. Ieri Fratelli d’Italia ha riunito la direzione politica. E al termine di due ore di lavori ha approvato un documento in cui si tenta di tenere insieme due aspetti tra loro concorrenti: bisogna mobilitarsi e «contrastare le fake news della sinistra» anche coinvolgendo «tutti quelli che sostengono la riforma pur avendo una formazione culturale e politica lontana dalla nostra», ma bisogna evitare accuratamente di politicizzare il voto, di rendere la consultazione un redde rationem tra governo e opposizione.
A dare la linea in Direzione sono Giovanni Donzelli e Arianna Meloni. La presidente del Consiglio, impegnata in missione in Etiopia, infatti non c’è. Ma il rischio che Giorgia Meloni non si esponga proprio per evitare che il referendum sulla separazione delle carriere diventi un test sul governo, è affrontato e fugato dai dirigenti. «Ci mobiliteremo, certo», garantisce Arianna Meloni, responsabile della segreteria politica. L’impegno della premier si dovrebbe concentrare nelle ultime due settimane prima del voto. «Il governo è già in campo», la chiosa di Ignazio La Russa. «Giorgia Meloni ci ha messo la faccia — rassicura Donzelli — ma non politicizzeremo il confronto». Gli fa eco Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera: «È importante concentrarsi sul merito. Sul governo si vota nel 2027». Uno spiraglio sulla preoccupazione del contraccolpo politico del voto di marzo, tuttavia, lo apre Edmondo Cirielli, coordinatore della direzione nazionale di FdI e viceministro degli Esteri: «La sconfitta non sarebbe positiva per il governo perché la riforma è nel programma».
Mentre Forza Italia si concentra sulle iniziative per sensibilizzare l’elettorato, dai treni alle maratone, sull’altro fronte affondano il colpo i leader di Pd e M5S. «Andate a votare no al referendum per non avere una magistratura controllata dal governo», arringa Elly Schlein. «Questa ”schiforma” è uno scacco matto alla magistratura — sostiene Giuseppe Conte — ed è politica, altroché. Meloni mette le mani avanti perché teme di fare la fine di Renzi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La newsletter Diario Politico
Se vuoi restare aggiornato sulle notizie di politica iscriviti alla newsletter “Diario Politico”. E’ dedicata agli abbonati al Corriere della Sera e arriva due volte alla settimana alle 12. Basta cliccare qui.
15 febbraio 2026 ( modifica il 15 febbraio 2026 | 12:41)
© RIPRODUZIONE RISERVATA