di
Gaia Piccardi
Il campione del pattinaggio artistico è stato imbattibile negli ultimi tre anni. Ieri è rimasto nel villaggio, protetto dai compagni
Il figlio guarda il padre. Ma il padre ha la testa bassa, le mani nei capelli: la giuria ha appena emesso il verdetto — 156,33 punti, 15° programma libero — che condanna il dio dei quadrupli all’ottava posizione in classifica generale. Giù dal podio, scivolato da quel monte Olimpo su cui avrebbe dovuto piantare la bandiera di predestinato dei Giochi.
Sembra un dipinto crepuscolare, è una foto di psicanalisi applicata alla vita. Il padre, il russo Roman Skorniakov, 19° come miglior risultato per l’Uzbekistan alle Olimpiadi, allena il figlio, Ilia Malinin, insieme alla moglie: Tatiana Malinina, l’ex pattinatrice che ha dato il cognome al primogenito nato negli Usa nel timore che Skorniakov suonasse troppo russo. Ottava a Nagano ‘98, come Ilia a Milano Cortina 2026, nella notte in cui dal cielo sono precipitatele stelle. «Il nome della madre, il piazzamento della madre: non è difficile vederci una totale identificazione — spiega Marcella Marcone, psicanalista e psicologa —. Malinina lo allena sui salti, e lui sui salti è caduto». In questo rapporto c’è qualcosa di speciale, che si è ritorto contro entrambi. E invece di abbracciare Ilia, nel momento del giudizio in mondovisione, il padre si dispera per il risultato sfumato.
La storia dello sport è piena di grandi favoriti che scivolano, non solo sul ghiaccio. Serena Williams lanciata verso il Grande Slam che s’inchina al back di rovescio di Robertina Vinci all’Open Usa 2015, New Zealand che butta in mare otto match point nella Coppa America 2013, consegnandosi a Oracle. Per restare all’Olimpiade: gli universitari americani dell’hockey che battono l’Unione Sovietica a Lake Placid ‘80, impresa passata alla storia come «miracolo sul ghiaccio», e Simone Biles (spettatrice atterrita della controprestazione di Malinin venerdì al Forum) tormentata dai capogiri da stress ai Giochi di Tokyo: un bronzo e un argento conquistati su sei ori a disposizione. Malinin ha costruito la sua fama di imbattibilità nei tre anni precedenti l’Olimpiade, per poi scoprirsi fragile in una notte. «Pensiamo al senso del dovere che è pesato sul ragazzo nel tentativo di realizzare ciò che la madre e il padre non hanno fatto — prosegue Marcone —. I genitori-coach sono un’arma a doppio taglio: come si distinguono i ruoli? Se lo sport è un momento di libertà e indipendenza per i giovani atleti, nel caso di Malinin può essersi rivelato una prigione».
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Il pigiamone di Snoopy con cui Ilia aveva fatto colazione a mezzogiorno in mensa nei giorni scorsi, ieri si è rivelato un rifugio prezioso. Lo attendevano i grandi network Usa e i media internazionali in una giornata fitta di appuntamenti. Il titolo era già pronto: Mister back flip si prende l’Olimpiade a 21 anni. Tutto cancellato. Il ragazzo è rimasto al villaggio olimpico, protetto dai compagni della squadra Usa: ha ricevuto un abbraccio da ogni atleta che ha incontrato mettendo il naso fuori dalla stanza, giusto il tempo dei pasti. Essere o non essere? La sera del crack, nel commentare la sua cocente delusione, Ilia è stato lucido e spietato con se stesso: «Ho rovinato tutto — ha detto —. Credo di essermi preparato bene ma mi sono sentito sopraffatto dalla pressione dei Giochi. È stato un problema mentale. Non ero più padrone del programma, dei salti, delle emozioni, di niente…».
Brutta bestia, l’Olimpiade. Agli antipodi da Malinin abitano Federica Brignone, che con le pelli di foca ha risalito il destino che aveva cercato di farla deragliare, e Johannes Klaebo, che di sei ori in sei gare ne ha già infilzati tre sulla punta degli sci stretti. Però sono atleti maturi, esperti: Ilia è un adolescente, ha tutto il tempo di rifarsi. E poi, ognuno ha la sua storia.
Sono caduti tutti gli uomini da medaglia, qui a Milano. Malinin, Kagiyama, Siao Him Fa, Sato. Nessuno ha accennato a problemi con il ghiaccio del Forum (caldo, freddo, umido, nevoso, secco: ospita anche lo short track, si rovina con le lame e cambia con l’umidità dell’ambiente). Anche Davide Ghiotto avrebbe dovuto sbranare da leader i 10 mila della velocità. Invece no. Se gli dei del freddo ti sorteggiano, c’è poco da fare.
È lo sguardo del figlio al padre, nella foto, a colpire. «Dice perdonami» chiosa Marcone. Dice continua a volermi bene, anche se ti ho scontentato. Siamo stati tutti Ilia nella vita, almeno per un’ora.
15 febbraio 2026 ( modifica il 15 febbraio 2026 | 17:19)
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