di Micol Sarfatti, foto di Cornelia Marchis
Il Paese, protagonista di una delle più grandi diaspore europee tra gli Anni 90 e 2000, è cambiato e cresciuto. Tanti scelgono di rientrare per la comunità e i rapporti umani, ma qui ancora mancano servizi e infrastrutture. Aumentano i migranti, soprattutto dal Sudest asiatico. L’integrazione come sfida futura per chi ha un passato da non dimenticare
Per Sebastian Jitaru l’Italia è stata casa. Ha lavorato sette anni tra i monti altoatesini e ha imparato il mestiere di viticoltore, adesso ha la sua cantina di vini biologici a Botosani. «In Romania ancora non c’è una cultura del bere, però è stimolante. Sento di avere tante opportunità davanti. Io e mia moglie siamo tornati perché qui ci sono le nostre persone, non vogliamo una vita altrove». Ilea Olimpiu ride dietro la scrivania del suo noleggio auto all’aeroporto di Cluj -Napoca. Ha vissuto 10 anni a Roma. «Da cameriere prendevo mille euro, qui ne guadagno quasi 3000 e vedo crescere i miei figli». Come cambia l’immigrazione in Romania? Chi torna, chi parte, chi resta e chi arriva oggi nel Paese protagonista di una delle più grandi diaspore europee? Tra gli Anni 90 e 2000, dopo la caduta del regime di Ceausescu, se ne sono andati oltre cinque milioni di persone. Una migrazione massiccia, che ha segnato questo piccolo Stato di cui si parla di nuovo soprattutto per il confine, il più lungo in Europa, con l’Ucraina. Nell’ultimo anno, secondo i dati Ocse, l’emigrazione dalla Romania verso altri Paesi è scesa del 10%. Il rapporto Social Monitor, un progetto della Fondazione Friedrich Ebert realizzato con i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica Rumeno, indica come, per il terzo anno consecutivo, il numero di coloro che si stabiliscono nel Paese sia superiore a quello di chi parte.
Tra il 2022 e il 2024 sono arrivati quasi 200.000 nuovi abitanti. Le nazionalità più rappresentate sono Nepal, Sri Lanka, Turchia, India, Repubblica di Moldavia e Bangladesh, a cui si aggiungono gli oltre 5 milioni di rifugiati ucraini transitati dal 2022, tra questi 106 mila hanno scelto di restare. Si arriva dove un tempo si fuggiva.

Nuovi complessi residenziali in costruzione a Cluj, Romania
Tornare in Patria dopo decenni
Sâncraiu è un villaggio nelle campagne della Transilvania, nella zona di Huedin. Le tracce umane non annullano il senso di incontaminato: i colli Apusini spruzzati di neve, distese di campi coltivati, brevi file di case con tetti di legno spioventi sovrastate qua e là dalle ville rom: piccoli castelli scintillanti e colorati come scatole di dolci in latta. Nel mezzo una strada senza nemmeno un lampione, ogni tanto ci viaggiano ancora carretti trainati da cavalli. Qui un gruppo di famiglie ha scelto di tornare dopo decenni da immigrati a Barcellona. Il primo è stato Costantin Neagu, 49 anni.
Nel 1999, dopo gli studi, fugge con la neosposa Mihaela ad Almeria, lavorano nei campi di pomodori: sono gli unici braccianti non marocchini. Appena riescono a ottenere un visto regolare si spostano in Catalogna. Affittano un appartamento, negli anni le cose migliorano, nascono i loro tre figli. La molla per il ritorno è stata il Covid. «Quei mesi chiusi in casa sono stati difficili, qui sarebbe stato diverso. L’esperienza in Spagna ci ha dato un modo diverso di stare al mondo, è un Paese a cui saremo sempre grati». Ora sono piccoli imprenditori e ammettono: «In Romania si vive bene così, non da impiegati. I salari sono troppo bassi».
Seduti sullo stesso divano annuiscono gli amici Adrian, 45 anni, Renate, 37 anni, e il figlio undicenne Aaron. Sono loro a ospitarli per il nostro incontro in una bella casa di due piani: arredi di legno chiaro, tanta tecnologia e un tocco quasi scandinavo. Fuori dalle finestre ettari di campi innevati, tutti di loro proprietà. Adrian ha iniziato a coltivare zafferano, vorrebbe farne un piccolo business. Ha conosciuto Renate nel 2001 in chiesa a Barcellona, lui lavorava come portuale, lei studiava. Hanno vissuto anche a Londra «ma non siamo stati bene».
Quando Renate parla del ritorno in Romania le brillano gli occhi. «Ho ritrovato la natura, le radici, gli animali, tutte le cose belle della mia infanzia». A pochi minuti di macchina, a Calata, ci sono Valentin Marmolach, 44, e Adriana Tolchu, 42. La storia si ripete: vent’anni in Spagna, il deside- rio di tornare dopo il lockdown. Valentin lavorava come meccanico, non ha cambiato mestiere, ma ora l’officina è sua. Tatiana puliva stanze d’albergo, ora vende churros, il tipico dolce spagnolo, ai Festival e nei mercatini. Il foodtruck è parcheggiato in giardino, vegliato dai due cani di casa. «Mi manca il mare», confessa Valentin, «qui però sono vicino alle piste da sci». Florin Fonta, 49 anni, arriva a Barcellona nel 1999.
Senza visto, ma con un biglietto per una partita di calcio, la scusa ufficiale per entrare nel Paese. Vive e lavora da clandestino per 8 mesi, dorme per terra in un appartamento con altre 11 persone. A casa ha lasciato il figlio di un anno, lo vede solo nelle foto ricevute per posta. La moglie lo raggiunge perché la situazione in Romania è sempre più difficile, il bimbo resta con la nonna. Lavora come modista, quando arrivano i controlli si nasconde. Sono anni duri. «Prendevamo i vestiti dai cassonetti. Nel periodo dei saldi c’erano capi nuovi, con ancora il cartellino del prezzo attaccato. Recuperavamo pure gli elettrodomestici. Gli spagnoli lo sapevano, ci aiutavano: tagliavano il cavo a quelli che non funzionavano».
Nel 2005 un po’ di sollievo, la Romania entra nell’Unione Europea: «Siamo andati in macchina a prendere mia suocera e il bambino: aveva tanti capelli rossi, quando lo avevamo lasciato era pelato! Nemmeno lui riconosceva noi, ci sono voluti giorni perché si avvicinasse di nuovo». Tra le mura calde e colorate della loro villetta, Il ricordo commuove ancora. «Per le strade di Barcellona le persone facevano sempre festa, io pensavo a come andare avanti». Florin apre poi una piccola impresa di trasporti, undici anni fa è nata la loro seconda figlia. Sono tornati in Romania nel 2022 per godersi finalmente un po’ di tranquillità, il figlio maggiore, oggi 26enne, è rimasto a Barcellona. «La domenica andiamo in una pizzeria dove lavorano dei ragazzi nepalesi. Ci fermiamo a parlare con loro, lasciamo un po’ di mancia. Sappiamo cosa vuol dire emigrare, qualcuno lo sta dimenticando».
Cluj è la capitale della Transilvania e la città più cara della Romania. Sfoggia un’eleganza austroungarica, locali alla moda, un polo universitario d’eccellenza con studenti da tutto il mondo e un distretto informatico in grande espansione. George Tatar, 32 anni, ingegnere robotico, vive in un moderno trilocale al settimo piano di un complesso dal nome ambizioso: Élite. Ha vissuto fino ai 18 anni a Washington con la famiglia emigrata, poi ha scelto di tornare nella terra di origine. «Le università americane sono carissime, non ero convinto della facoltà e non volevo buttare i soldi dei miei genitori. Mi sono detto: “se va male me ne vado”». Non è successo. Oggi è sposato, lavora e ad agosto nascerà il suo primo figlio.
«Qui ho trovato valori, cultura, equilibrio tra lavoro e vita privata e un senso di comunità che all’America mancano. Certo, non si viene in Romania per i servizi. In questo mi sento ancora molto americano: non mi abituo a lungaggini burocratiche, infrastrutture pessime, ospedali fatiscenti. Tutto cambia a seconda della città, ci sono zone del Paese ferme a 70 anni fa». George non pianifica un ritorno immediato negli Usa. «Magari quando andremo in pensione, qui non è facile vivere da anziani. Mia nonna, se non ci fossi io, sarebbe persa». Riflette sul futuro e strizza gli occhi azzurrissimi. «Mi chiedo come sarà la Romania tra 30 o 40 anni. Sempre più stranieri entrano nel Paese, ma non esiste vero multiculturalismo. Basta pensare che in qualunque piatto c’è il maiale! C’è ancora un po’ di strada da fare».
Nuovi migranti
Sulle capacità di accoglienza ha qualche dubbio pure Fawzia Rehejeh, 35 anni, padre siriano e madre rumena. Nata in Siria, è tornata a Sibiu nel 2016 a causa della guerra civile. Ha fondato un centro di cultura araba per favorire il dialogo e l’integrazione. «Ho subito qualche discriminazione, non voglio accada ad altri. C’è poca curiosità verso le culture straniere, resistono molti stereotipi». Più ottimista Armando Larry Penanjo, 28 anni, arrivato a Cluj dal Camerun per studiare geologia e anima dei tanti AfroParty che accendono le notti universitarie. «Ho scelto la Romania perché avevo molte informazioni sul Paese, c’è una grande comunità camerunense. È stata la mia prima esperienza in Europa e sono contento. La cosa più bella? Le persone, mi hanno fatto sentire a casa».
Bucarest pompa energia caotica e magnetica. Tiene insieme i graffi dei regimi, le architetture francesi, i rooftop belli come a Londra o New York, i bloc sovietici, le baraccopoli e gli hotel di lusso. Le pubblicità delle cliniche di medicina estetica e quelle dei numeri anti corruzione. Ovunque sventola la bandiera europea: palazzi, teatri, cinema, piccoli e grandi negozi, chioschi, alberghi, ostelli, strade. «I rumeni sono molto europeisti, ma partiti nazionalisti o filo russi come quelli di Calin Georgescu o George Simion sono in ascesa.
Il pasticciaccio elettorale del 2025, con accuse di brogli e annullamenti di voto, e l’aumento dell’Iva, dal 19 al 21%, hanno creato scontento». Franco Aloisio, 57 anni, conosce bene il Paese e la sua capitale, ci vive da 26 anni. È arrivato per collaborare con Parada, l’associazione per i bambini che vivevano nei canali di riscaldamento della città. Un dramma, per fortuna, finito. Oggi presiede la fondazione Parada-Samusocial che contrasta la marginalità.
«Lo sviluppo ha spinto i più poveri fuori dalla città. A chiedere aiuto sono quasi solo rumeni e rom, molti vivono in abitazioni improvvisate, in mezzo al fango. L’edilizia sociale non è argomento di dibattito, le ultime case popolari sono state date ai profughi ucraini». Nelle sedi del Samusocial ci sono docce, distribuzione di cibo e abiti, possibilità di visite mediche e psicologiche. La sanità pubblica rumena è in disarmo, funziona solo per le emergenze. Per avere visite in tempi ragionevoli bisogna affidarsi al privato.
Se si ha un’assicurazione, pagata dalla maggior parte dei datori di lavoro, si accede a cliniche nuovissime, reclamizzate da medici belli come influencer. Altrimenti si aspetta e si è pure costretti a dare piccole mazzette per una stanza d’ospedale pulita. Seguiamo Franco Aloisio tra le case di lamiera senza acqua corrente a Ferentari, uno degli ultimi quartieri ghetto d’Europa. Attraversiamo Livezilor, la via dei dannati, dove, nel gelo di febbraio, ragazzi senza denti camminano in maglietta, con le gambe nude e segnate dalle siringhe. Solo uno è coperto da una vestaglia leopardata. Qui si inizia con l’eroina da bambini.
«Eppure il centro è a 10 minuti di macchina», riflette Aloisio, «ci sono ancora emergenze: la povertà, il consumo di droga che ha portato a una nuova epidemia di Aids, ma la città cresce e ha potenziale. Mio figlio 16enne è nato a Bucarest e si trova bene, per ora, e non vorrebbe andarsene. Quando sono arrivato mi sembrava un gran bazar a cielo aperto, un mix tra Istanbul e l’Europa. Oggi è diversa, ma ha ancora fascino».
L’immigrazione asiatica porta forza lavoro dove inizia a mancare: edilizia, agricoltura, cura, consegna di cibo a domicilio. Lo scorso agosto il rider bengalese Ismail Hossain è stato vittima di un attacco xenofobo. Il presidente moderato Nicusor Dan, ex sindaco della capitale, e la maggior parte dei cittadini, hanno condannato il gesto, ma molti migranti hanno paura. «I rumeni temono che gli porteranno via il lavoro, ma fanno i mestieri che loro non vogliono più», commenta Ni Made Dradnyani Dewi, balinese di 41 anni, naturalizzata rumena, titolare di un elegante centro massaggi nella centralissima Piata Romana. Ha incontrato il marito Vlad, musicista, in un‘accademia d’arte nella sua città. Si sono innamorati, lei lo ha seguito a Bucarest. «Ero convinta di andare a Roma. Sono arrivata a marzo, ricordo lo choc per la neve e la pianura». Oggi Ni Made si sente a casa, non è mai stata discriminata, apprezza la qualità della vita, con più tempo per la famiglia, e la possibilità di muoversi a piedi ovunque.
Il futuro
I lampioni parigini del centro si accendono, tanti giovani di tutto il mondo riempiono i locali della città vecchia. In un ristorante nepalese lavora Sunita Thapa Samyog, nepalese come il titolare della catena, che ora vive in Svezia dove ha aperto altri locali. Sunita non torna a casa sua, vicino a Kathmandu, da 6 anni e non sa quando potrà farlo. «Chissà se mio figlio mi riconoscerà, se mi vorrà ancora bene. Affitto un piccolo appartamento con una collega a cinque minuti da qui, ce lo ha trovato il nostro capo. Non posso dire di vivere in cattive condizioni, ma è durissima».
Quando le chiediamo il permesso per fotografarla si commuove. «Non sono più abituata ad essere guardata». Le sue parole si sovrappongono a quelle delle tante donne che hanno lasciato la Romania per fare le badanti in Italia. La Storia delle migrazioni torna con latitudini differenti, ma uguali sentimenti. Questo Paese dal passato a volte cupo, ma dal presente promettente, lo sa. Non può e non deve dimenticarlo.
15 febbraio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA