di
Gordon Repinski, da Monaco

La vedova del dissidente avvelenato: «L’Occidente sopravvaluta il Cremlino»

Questa è l’intervista che Yulia Navalnaya ha dato a Politico, dopo che i governi di cinque Paesi hanno confermato che suo marito Aleksej è stato avvelenato nella colonia penale n. 3 di Yamalo-Nenec con l’epibatidina, rarissimo veleno presente nella rana freccia dell’Ecuador (specie che non vive in Russia). È stata leggermente tagliata ed editata per chiarezza. 

Yulia Navalnaya, poco fa abbiamo ricevuto informazioni di intelligence da cinque Paesi europei: confermano che Aleksej è stato avvelenato con la tossina della rana freccia. Lei ne è sempre stata convinta. 
«Sono soddisfatta. È difficile per me dire che sia una buona notizia, perché, sapete, mio marito è stato ucciso. Naturalmente io lo sapevo già: era un uomo giovane, aveva meno di 50 anni. E sebbene avesse vissuto in condizioni dure, fosse stato torturato, io ero sicura che lui si prendesse cura di sé, che pensasse alla sua salute. E per me era evidente: lo avevamo visto solo un giorno prima in video collegamento, sembrava stare assolutamente bene. Quindi era chiaro che gli fosse successo qualcosa di orribile ed ero sicura che fosse stato Vladimir Putin. Tutti sanno che nel 2020 Aleksej è stato avvelenato con il Novichok. Se ne sono occupate molte agenzie. E anche noi abbiamo fatto la nostra indagine, mostrando tutti questi ufficiali dell’FSB che lo seguivano da molti anni e che poi lo hanno avvelenato durante il suo viaggio in Siberia. Quindi, per me era evidente che fosse stato ucciso in questa colonia penale: solo non sapevamo esattamente come. Sapevamo che ci sarebbe voluto un lungo, lungo tempo per scoprirlo. Per questo sono molto grata ai governi del Regno Unito, della Svezia, dei Paesi Bassi e della Germania, che hanno collaborato insieme e hanno appena provato tutto. Le incertezze sono state dissipate e non si tratta solo di una nostra inchiesta. È un’indagine che si basa su fonti altamente scientifiche».



















































Due anni fa lei era salita sul palco qui a Monaco con la notizia molto fresca della morte di Aleksej. E ha detto a caldo: Vladimir Putin sarà portato davanti alla giustizia. Due anni dopo non ci siamo ancora arrivati. 
«Ma siamo su questa strada. Sono sicura che due anni fa molti di voi che hanno partecipato a questa conferenza, o in tutto il mondo, erano sicuri che sarebbe stato impossibile trovare la verità. Invece ora abbiamo le prove che Vladimir Putin è l’assassino, che ha ucciso mio marito, e io sto lavorando molto duramente perché un giorno ci sia giustizia». 

Ha delle aspettative nei confronti degli altri Paesi, non solo di quelli che hanno indagato, perché diano un seguito a quanto scoperto? 
«Ci sono certamente questioni geopolitiche quando i Paesi trattano con Putin. Non è questa la prima legge che infrange. È la storia della mia vita. A volte, purtroppo, ci vuole molto più sforzo e molto più tempo. Ma io ho apprezzato che questi Paesi abbiano trovato la forza, che abbiano avuto una visione politica e lo abbiano fatto insieme». 

L’Occidente, o i Paesi che si oppongono a Putin, sono troppo deboli con lui?
«Certamente. Sì, ovviamente penso che l’Occidente potrebbe essere molto più forte contro Putin. A volte trattano Putin come se fosse il male in persona, pure evil. Ma non lo è. Chi è il signor Putin? Tutti si fanno questa domanda da molti anni. E per me è molto evidente che Vladimir Putin è un semplice dittatore. Non è niente di speciale. Fa quello che fa ogni dittatore. Ha iniziato ovviamente rubando soldi al suo stesso popolo, poi con la repressione nel suo stesso Paese, con la censura. Dopo ha iniziato la guerra. E ha cominciato a uccidere i suoi oppositori politici. Molte persone sono in prigione. E siccome fa quello che fa ogni dittatore, dobbiamo comportarci con lui come con un normale dittatore». 

Pensa che sia necessario che la guerra tra Russia e Ucraina finisca perché l’opposizione abbia una chance contro Putin? 
«Sono due cose parallele. La guerra dovrebbe essere fermata immediatamente. No, non sarebbe mai dovuta iniziare, naturalmente. Ma è anche molto importante capire che saremmo dovuti essere più forti contro Putin prima — non parlo del 2022, ma dal 2011, quando noi cercavamo di portare l’attenzione su di lui…». 

È possibile che la popolazione russa si sollevi? C’è così tanta repressione. 
«Quando c’è un tale livello di repressione, naturalmente è molto difficile alzare la voce contro Putin. Noi siamo seduti qui in questo posto molto bello, le persone stanno bevendo caffè o facendo cose interessanti, o vanno ogni giorno in ufficio. Ma immagini che lei metta un “mi piace” a qualcosa sui social media e il giorno dopo lei sarà in prigione. E non sarà in grado di incontrare la sua famiglia per anni. Io capisco che è molto difficile comprenderlo qui, nell’Europa occidentale, in Germania, in Francia. Ma è ovvio che in Russia le persone normali abbiano paura». 

Tempo fa mi disse che dalla Russia le scrivevano lettere. Può condividere qualcosa? 
«La situazione dentro la Russia non è così buona, né così unita, come Vladimir Putin vorrebbe far pensare. Molte persone mi scrivono di una situazione economica molto dura, di povertà. Direi che più del 70% di queste lettere lo dice. Non hanno soldi per le cose essenziali. Mi scrivono molto della censura, dei social media vietati. Negli ultimi 20 anni la Russia è molto avanzata tecnologicamente: avevamo un Internet che si stava sviluppando molto velocemente, eravamo abituati ad avere servizi molto buoni. Oggi le persone cominciano a sentirlo sulla propria pelle: quando non si è più in grado di telefonare, o di ricevere messaggi dei propri vicini, o di usare il conto bancario online. Ed è così che si comincia a percepire che qualcosa sta succedendo nel proprio Paese, sulla propria pelle». 

Lei vede individui, o gruppi di persone, potenti o meno, che possano assumersi il ruolo che è stato di suo marito? 
«Ci sono molte persone che stanno combattendo contro Vladimir Putin. Non è possibile farlo dentro la Russia, ma fuori ci sono molte persone che protestano contro il regime, contro la guerra in Ucraina». 

Quando Putin è arrivato al potere è stato invitato a parlare al Parlamento tedesco, e molte persone hanno pensato che potesse essere un riformatore. Lo abbiamo tutti sottovalutato, abbiamo preso decisioni sbagliate? 
«Lei lo sopravvaluta. E anche dentro la Russia lo sopravvalutano. Io capisco perché: quando era arrivato al potere era molto giovane, non beveva in confronto a Eltsin. Dava una speranza. Ma per esempio per mio marito — e lo scrive nel libro — noi non ci siamo mai fatti illusioni su Putin: sapevamo dall’inizio cosa significasse che fosse un agente del KGB, sapevamo che per tutto il tempo lui voleva solo tornare all’Unione Sovietica e ricostruire tutto lo schema dell’Unione Sovietica, con la censura e un’unica opinione pubblica, e governare il Paese per tutta la vita». 

Si vede in politica a un certo punto? 
«Io? Io sto facendo politica. Tutto quello che sto facendo ora è politica. Io sono perfino seduta qui sul palco e c’è scritto Politico!» 

Ma mi lasci insistere, ed essere più preciso. Può immaginare, se le cose cambiano in Russia, di candidarsi a un certo punto per un mandato, per qualcosa? 
«Di sicuro tornerò a casa. Io sogno di tornare. Non direi che sia nostalgia. Capisco che potrebbero volerci anni per tornare. Ma io so di me stessa, dei miei figli, che noi sogniamo di tornare a casa. Noi per tutto il tempo abbiamo voluto vivere in Russia. La Russia è il nostro Paese. Per questo vedremo se e quando io tornerò. Ma certo mi piacerebbe aiutare il mio Paese a diventare un Paese pacifico, prospero e democratico».

16 febbraio 2026 ( modifica il 16 febbraio 2026 | 07:31)