di
Andrea Laffranchi

La cantante per l’undicesima volta in gara con «Opera», titolo anche del suo prossimo disco

Sessant’anni di carriera. Il futuro di Patty Pravo a 77 anni?
«Adesso c’è Sanremo. E poi presenterò il mio album “Opera” (esce il 6 marzo) in quattro musei. I giovani devono scoprire la bellezza. La copertina è fatta con il contributo dell’intelligenza artificiale. Mi vedo stupenda, andrei sempre in giro con l’AI. Per queste cose è meravigliosa, mentre per altre, vedi le fake news, è pericolosa».

Ha ancora voglia di stare sul palco?
«Se sono ancora qui è per quello… L’8 aprile parte il mio tour nei teatri».



















































«Opera» è anche il titolo della canzone in gara…
«È un sogno che ha fatto una notte Simone Folco (assistente personale della diva ndr). Il giorno dopo ho chiamato Giovanni Caccamo per raccontarglielo e lui ha scritto la canzone. Parla dell’unicità di ciascuno di noi. Siamo tutti delle opere d’arte e quindi unici».

A un certo punto nel testo si parla di «santi e peccatori»: a quale categoria si iscrive?
«Tutte e due. Quando sono sul palcoscenico mi sento santa, una persona bella. Peccatrice? Ho dato del mio anche se non credo sia peccato fare qualcosa che ti appartiene. Tutto quello che ho fatto l’ho fatto da essere pulito».

«Io sono Musa». Si è sentita così?
«Certamente quando hanno scritto per me grandi come Leo Ferrè, Battiato, Vasco, Fossati e De Gregori. Sono stata ispiratrice non soltanto nella musica. Mario Schifano ha fatto opere per me, anche Tano Festa. Vasco è quello che mi ha capita di più».

Undicesimo Sanremo. Ricordi del primo?
«Era il 1970. Non avevo idea di come potesse essere, l’unico riferimento era il ricordo di mia nonna che cantava “L’edera”. Si faceva ancora nel teatrino del casinò. Con Little Tony portavamo “La spada nel cuore”. Vincemmo la prima serata davanti a Celentano. Ricordo tanta felicità».

Si classificò quinta…
«C’era Celentano… Ma non ero andata per vincere».

L’ultima esibizione fu nel 2019 con Briga…
«È andata un po’ così… il pezzo non era un granché».

Un dietro le quinte?
«Nel 1984 cantavo “Per una bambola”. Una sera prima di me si esibirono Al Bano e Romina, che poi vinsero, e lei forse per stemperare la tensione toccò la mia lunghissima acconciature. “Ma come hai fatto?”. Non si era accorta che erano finti…».

Nella serata delle cover porta «Ti lascio una canzone», assieme Timofej Andrijashenko, primo ballerino dells Scala. Un omaggio a Ornella Vanoni…
«La mia Ornellik… E lei mi chiama Nicopat. È sempre con me. Ho sentito il bisogno di omaggiare la grande artista e la dolce e piccola amica. Ci sentivamo spesso, ci vedevamo quando potevamo, mi mancano telefonate e abbracci. Mi colpiva la sua mente, il senso dell’umorismo, l’intelligenza».

«La ragazza del Piper»: le ha mai dato fastidio?
«No, è una definizione simpatica, mi ha sempre divertito. E ora essere definita ragazza è un dono. All’epoca ero appena tornata dall’Inghilterra dove avevo visto il cambiamento nel costume e nel modo di pensare che sarebbe arrivato anche da noi. Si sentiva la differenza fra la gente e noi giovani. Al Piper eravamo felici e liberi».

Sapeva che Madonna avrebbe rifatto «La bambola»? È stata sommersa dalle critiche…
«Ogni tanto ci scambiamo messaggi via Instagram ma è stata una sorpresa, non mi aveva avvisata. La sua versione non mi è dispiaciuta ed è evidente che gli errori nella pronuncia abbia voluto tenerli».

Cosa vi scrivete?
«Siamo in contatto perché io sono sua fan e lei mia… Preferisco però tenere per me le parole».

Nel curriculum le manca una vittoria a Sanremo?
«Per carità… perché mai dovrei vincere? Mai pensato. Mi è bastato vendere milioni dischi in tutto il mondo».

Ma se vincesse andrebbe all’Eurovision o aderirebbe al boicottaggio contro Israele?
«Alle Olimpiadi ho visto che Israele aveva la sua bandiera mentre i russi no… non mi sembra carino… Se può usarla Israele allora anche gli altri. Viviamo in un mondo disastroso, l’importante è pensare positivo. Per Eurovision ci pensiamo un’altra volta».

16 febbraio 2026