di
Edoardo De Biasi
Il rischio di abbagli e sottovalutazioni in una fase tanto liquida come l’attuale è grande se si continua a far conto sui soliti vecchi indicatori. Parola dell’«oracolo»
Ma gli indicatori di Borsa hanno ancora senso? Il mitico p/e (rapporto prezzo/utili) ha ragione d’essere? Esistono nuovi strumenti analitici che garantiscono la qualità dell’investimento? La sensazione è che si sia chiusa un’epoca e che gli strumenti che certificavano la validità d’investimento siano finiti. Ormai quasi tutto transita non tanto da Wall Street, ma dalla imprevedibile politica economica di Washington.
Fino a poco tempo fa l’azione americana in Venezuela sarebbe stata accolta con trepidazione dai listini, oggi tutto è avvenuto senza panico. Anzi peggio, quasi con indifferenza.
Anche gli analisti si sono rassegnati: domina il caos. Lo stesso sta accadendo per le minacce di Donald Trump di annettere la Groenlandia. Intimidazioni, poi rientrate grazie all’intervento del segretario del Tesoro Scott Bessent e del segretario di Stato Marco Rubio. Nessuno sa che cosa accadrà domani. Quindi si preferisce nascondere la testa. Come lo struzzo. L’aria è pesante ma nessuno ha il coraggio di aprire la finestra.
Rally, soft landing, intelligenza artificiale
Si continua a parlare di rally, di soft landing, di intelligenza artificiale come una nuova religione mentre sottotraccia si riscrive il manuale del rischio globale. Quanto è accaduto con il blitz di Caracas segna un evidente cambio di paradigma. A oltre 20 giorni dall’inizio dell’anno, il clima è questo: volatilità e mercati stanchi, ma ancora convinti che il futuro sia una semplice estensione del presente. Le domande ufficiali restano quelle solite: l’Ai è una bolla? Meglio l’oro o il dollaro si riprenderà? Il debito americano è sostenibile? Questioni legittime, ma a dire il vero quasi secondarie. La vera questione è un’altra.
Sottovalutazioni
«La saggezza è il riconoscimento dei propri limiti», ha detto il teologo Paul Tillich. I mercati non temono più l’evento. Confidano nel passato, anche quando non lo ammettono. E tutti sperano che la festa continui. Ma è proprio quando la musica non si ferma che conviene chiedersi chi pagherà il conto. Perché il Cigno Nero — il fenomeno imprevedibile anche in campo finanziario teorizzato da Nassim Nicholas Taleb — non arriva mai da dove lo si aspetta. Potrebbe giungere dall’hi-tech o sbucare dall’economia reale.
La storia è nota ma ogni volta sorprende: i mercati non crollano per ciò che vedono, ma per ciò che sottovalutano. E oggi si sottovaluta soprattutto il rischio mentre si sopravvaluta il presente. Aswath Damodaran, autorità mondiale nelle valutazioni aziendali, lo ripete senza giri di parole: l’analisi fondamentale non è sintesi, ma un pensiero complesso. Ridurlo a un solo indicatore non è rigore, è pigrizia. Il p/e sostiene qualcosa, ma spesso dice la cosa sbagliata, soprattutto se applicato a società con rischi e crescite opposte. Persino il geniale Warren Buffett, che non ha mai disprezzato i numeri semplici, poco prima di lasciare il suo leggendario Berkshire Hathaway ha avvertito che affidarsi al solo p/e è il modo più rapido per prendere abbagli memorabili.
Cosa conta davvero
Il problema è che questo indicatore consente di dare risposte rassicuranti solo a chi non è del mestiere. Oggi si sottovaluta soprattutto il rischio mentre si premia la convenienza. A complicare tutto c’è l’eredità delle politiche fiscali e monetarie dell’ultimo decennio. Tassi prima artificialmente compressi, poi improvvisamente restrittivi hanno alterato il costo del capitale e reso le valutazioni poco confrontabili nel tempo. Continuare a usare gli stessi parametri significa guardare il presente con lenti appannate. E poi ci sono le big tech, che non somigliano più alle aziende per cui il p/e era stato pensato. Investimenti immateriali, potere sistemico e margini elevati rendono l’utile contabile una fotografia parziale e a volte fuorviante. Attualmente contano la qualità dei flussi di cassa, la durata del vantaggio competitivo e la capacità di difendere i margini quando il ciclo gira.
I giudizi
Detronizzare il p/e non è un atto di ribellione, ma di responsabilità finanziaria. Significa smettere di vendere certezze facili e tornare a fare analisi vera. Perché in tempi di possibile Cigno Nero il rischio non è sbagliare valutazione, ma non capire quello che si ha in portafoglio. Quando il mercato scende tutto insieme, molti titoli cadono per trascinamento, non per colpa dei fondamentali. Saperlo prima fa la differenza: si ragiona di più e si investe quando vale la pena.
Forse è questa la vera lezione con cui il 2026 si apre: meno formule ripetute a memoria, più pensiero critico. Soprattutto quando il cielo sopra le Borse specialmente quelle europee, sembra ancora sereno. Non bisogna però mandare tutto al macero. Gli indici come il p/e hanno ancora senso anche perché non può essere tutto affidato soltanto alla meccanica degli algoritmi o addirittura alla quantistica finanziaria. Certo, non prevedono il futuro, sono però uno dei termometri che valutano se un’azione o un mercato sono sopravvalutati o sottovalutati. Prima gli analisti finanziari si renderanno conto di questo cambio di passo prima investitori e risparmiatori potranno meglio tutelare i loro patrimoni. Non solo. Il risparmio è la benzina dell’economia e della crescita. In quanto tale va tutelato anche dalla superficialità di alcuni report, come dalla cieca fede negli algoritmi.
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16 febbraio 2026 ( modifica il 16 febbraio 2026 | 08:57)
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