di
Marco Bonarrigo
Dal quartiere generale del fondo è trapelata una direttiva: risarcita moralmente, l’azzurra si aggregherà ma non sarà schierata
ANTERSELVA Eccoli i soliti furbetti italiani, il solito biathlon dal passato oscuro, la solita scusa puerile (una contaminazione alimentare) veicolata (risate!) da un cucchiaio di Nutella. Eppure, a leggere le carte, l’inedita riammissione di Rebecca Passler ai Giochi dopo la sospensione per positività al letrozolo decisa ieri dal Tribunale Nazionale Antidoping (Tna) appare un sacrosanto atto di giustizia a firma dal presidente Luigi Fumagalli, ordinario di Diritto Internazionale alla Statale di Milano, autorità nel campo sportivo. Talento del biathlon, Passler, 25 anni, scopre di essere positiva al letrozolo il 2 febbraio mentre sta per trasferirsi al Villaggio Olimpico poco lontano da casa.
Rebecca cade dalle nuvole, mamma Herlinde scoppia a piangere: in cura da sei mesi per una grave recidiva tumorale al seno, aveva nascosto tutto alla figlia per non turbare la preparazione alla sua prima Olimpiade. Certa di essere innocente, l’atleta si affida a un pool di avvocati guidati dal padovano Ernesto De Toni. Nell’arco di 48 ore, i legali hanno recuperato analisi, ricette e prescrizioni, verificato che nel campione di urine di Rebecca (il 1570252) c’era solo un nanogrammo di sostanza, ovvero 1/65° di quanto trovato nella provetta di Sara Errani (letrozolo anche per lei), certificato che fino al controllo del 26 gennaio i test erano puliti (nessuna assunzione continuativa) e che alla vigilia la ragazza aveva mangiato a casa, consumando in particolare della Nutella dallo stesso barattolo di mamma. La contaminazione «familiare» è giudicata plausibile da due diverse sentenze del Tas.
Due le differenze evidenti con il caso Errani, sanzionata sia pure al minimo per non aver preso sufficienti precauzioni con il letrozolo assunto da una madre malata: la quantità enormemente più bassa del principio attivo e il fatto che, al contrario della tennista, Passler fosse inconsapevole della malattia e della presenza del farmaco in casa.
Bocciata per incompetenza dal Tas, la causa è finita al Tna che ha deciso dopo 20 ore. Il procuratore nazionale Pierfilippo Laviani si era opposto ad annullare la sanzione: non ci sono prove di contaminazione e — affermazione che ha ferito l’atleta — l’ipotesi che la madre non le abbia detto nulla della malattia è «poco credibile».
In undici pagine di motivazioni, il Tribunale ha spiegato che dalla sospensione deriverebbe un «pregiudizio immediato e irreparabile all’atleta» che potrà essere processata in seguito e la riammette ai Giochi. Una sentenza che farà giurisprudenza: se fino a ieri sospendere un atleta positivo «proteggeva le gare» dal rischio di un vincitore dopato, da oggi la possibilità di danneggiarne in modo irreparabile la carriera va considerato.
La Pec che certifica la riabilitazione di Rebecca arriva alla federazione ieri mattina alle 7.23. E qui qualcosa si inceppa visto che la Fisi comunica che «Passler si aggregherà al team dal 16 febbraio». Non convocata per la Sprint di oggi, Rebecca non potrà partecipare all’Inseguimento di oggi e nemmeno alla «mass start» di domani. Le resterà la staffetta di mercoledì di cui sulla carta è riserva.
Il ct Hoellirgl giustifica così: «Rebecca non si è potuta allenare, e quindi le sue condizioni vanno verificate». Ma l’ipotesi più accreditata è che il Cio abbia storto il naso per l’assoluzione (in pieno clima olimpico) e che sul fronte italiano non si vogliano agitare le acque. In serata, dal quartiere generale del fondo è trapelata una direttiva: risarcita moralmente, Passler si aggregherà ma non sarà schierata nemmeno nella staffetta salvo infortuni. Dopo il via libera di un tribunale sportivo tra i più autorevoli del mondo, una beffa terribile.
14 febbraio 2026
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