di
Stefano Agnoli

Nonostante le sanzioni, il Cremlino ha continuato ad incassare cifre significative grazie alla riallocazione dei flussi verso Asia e Medio Oriente e all’uso di intermediari non sanzionati

«La guerra è la più costosa delle follie». La frase viene attribuita a Adam Smith, l’autore della «Ricchezza delle Nazioni», e sebbene sia verosimilmente solo una parafrasi del suo pensiero resta attuale per tutti i conflitti, invasione russa dell’Ucraina compresa. Per sostenere l’aggressione – che il 24 febbraio arriverà al traguardo dei quattro anni, più a lungo quindi della durata della «guerra patriottica» del 41-45 – Mosca ha dovuto trasformare la propria economia in un meccanismo di finanziamento permanente della guerra. 

E secondo l’analisi aggiornata del Center for Research on Energy and Clean Air, il centro di ricerca indipendente con sede in Finlandia, il cuore di questo meccanismo risiede nelle entrate energetiche, che malgrado le sanzioni, il price cap del G7 e restrizioni varie hanno portato alle casse del Cremlino più di un trilione di euro dall’avvio del conflitto. Per la precisione 1.019 miliardi di euro. Più di 14 miliardi di euro solo lo scorso gennaio e 202 miliardi in tutto il 2025.




















































La produzione russa

Terzo produttore mondiale di petrolio e secondo di gas naturale, tra i primi sei al mondo per il carbone (di cui ha le seconde riserve globali), la Russia ha ricavato nei quattro anni dal 2022 circa 420 miliardi dal petrolio e altri 280 da prodotti petroliferi; 135 miliardi dal gas e altri 74 dall’Lng (il gas liquefatto); dalla vendita di carbone ulteriori 109 miliardi.
Certo, l’allocazione precisa e la contabilità delle risorse non è un compito facile, e il Crea utilizza l’incrocio di più fonti e dati, da quelli per il traffico marino ricavati dall’agenzia specializzata Kpler alle rilevazioni di Entsog (l’associazione europea degli operatori del trasporto gas), fino ad Eurostat e alle agenzie doganali statali, unite alle stime sui prezzi effettivi di vendita dei diversi prodotti. Ne esce un quadro interessante, da cui emerge e si conferma il ruolo giocato dai singoli Paesi nell’intricato scenario globale.

Incassi anche con le sanzioni

Nonostante le contromisure internazionali, il Cremlino ha continuato ad incassare cifre significative grazie a tre fattori principali: la riallocazione dei flussi verso Asia e Medio Oriente, l’uso di intermediari non sanzionati e una rete di operatori che non di rado consente di vendere il greggio a prezzi superiori al tetto teorico. Per non dimenticare, poi, la «flotta ombra» messa solo di recente nel mirino della marina militare Usa e vera e propria infrastruttura non convenzionale della guerra in Ucraina.

Chi compra più petrolio e gas dalla Russia

Ecco, quindi, che a valle delle rilevazioni i principali acquirenti di risorse energetiche russe si confermano di gran lunga Cina, India e Turchia, con acquisti complessivi che dall’inizio dell’invasione hanno totalizzato 584 miliardi di euro, il 57% del totale. Con una netta prevalenza di Pechino (301 miliardi, soprattutto petrolio e prodotti petroliferi), seguita dal subcontinente asiatico (165 miliardi, sempre greggio e prodotti) e da Ankara (121 miliardi). Ma mentre gli accordi annunciati qualche giorno fa da Trump e dal primo ministro indiano Narendra Modi contemplano uno scambio tra alleggerimento dei dazi Usa e una riduzione-cessazione degli acquisti di petrolio russo, per Pechino non risulta nulla di simile malgrado gli appelli in tal senso e in vista della visita del presidente Usa nella capitale cinese il prossimo aprile. Per la Cina, insomma, sembra restare valido quanto sostenuto dal presidente finlandese Alexander Stubb un paio di anni or sono: basterebbe una telefonata di Xi Jinping a Putin per fermare la guerra.

Gli acquisti europei

Ciò che non può non colpire, tuttavia, è il contributo alle casse russe che la stessa Europa ha dato nel periodo preso in considerazione: ben 219 miliardi di euro di cui però 150 miliardi concentrati a ridosso del 2022 e poi rapidamente calati. Ma senza azzerarsi: ancora nel 2025 risultano circa 16 miliardi di euro di acquisti e altri 1,2 miliardi nel primo scorcio 2026. Da rilevare in questo caso la persistenza dell’Lng, proveniente dalla Siberia, che dai 16 miliardi di euro di acquisti del 2022 non è mai sceso negli anni successivi sotto i 7 miliardi.

Il ruolo dell’Italia

E l’Italia? Dai tabulati Crea risulta tutto sommato un atteggiamento virtuoso: un totale di 19 miliardi di euro di beni energetici di provenienza russa concentrati soprattutto nel 2022 (16,2 miliardi), con una «punta» di 2 miliardi nel 2024. Ma mai del tutto azzerati: 200 milioni di euro di gas risultano approdati nella penisola lo scorso anno.

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16 febbraio 2026 ( modifica il 16 febbraio 2026 | 20:14)