di
Gian Guido Vecchi
Le precisazioni dopo che monsignor Savino ha annunciato la partecipazione a un evento del No
L’ultima nota della Cei, la settimana scorsa, era presentata come una risposta firmata da Vincenzo Corrado, direttore dell’ufficio comunicazioni, alle «richieste di chiarimento» intorno alla posizione dei vescovi sul referendum: «La Conferenza episcopale italiana non è entrata nel merito della questione con indicazioni di voto».
Sono tre settimane che la Chiesa italiana lo ripete, da quando cioè il cardinale Matteo Zuppi ha parlato del referendum sulla giustizia sulla giustizia all’inizio del consiglio permanente, il 26 gennaio. Le parole del presidente sono state variamente interpretate, con relativo fastidio dei vescovi. Anche per questo ha creato un po’ di agitazione e imbarazzo l’annuncio che monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Cei, sarebbe intervenuto al congresso di Magistratura democratica, l’associazione schierata per il «no» alla riforma Nordio. Il rischio è che la presenza del «vice» di Zuppi sia interpretata come un’indicazione di voto, il che peraltro è già accaduto.
Ma la Cei, a cominciare da Zuppi, non ci sta a essere strumentalizzata dai contendenti. L’unica indicazione esplicita del presidente, a gennaio, si risolveva in effetti nell’esortazione a non restare a casa: «Invitiamo tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali». Per il resto, ha ricordato la nota, «si tratta di una questione opinabile, secondo la definizione del Codice di diritto canonico e della Nota della Dottrina della Fede circa “alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”»: per i temi considerati «opinabili», ricordano i due testi citati, «non bisogna presentare la propria tesi come dottrina della Chiesa».
Il cardinale Zuppi si era mantenuto sulle questioni di principio, calibrando parola per parola: «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare». Piuttosto aveva chiesto, dopo il referendum, «un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche», nel senso dello «spirito costituente» che i vescovi invocano, invano, da tempo. Già a gennaio c’erano state polemiche per alcuni spazi parrocchiali messi a disposizione del «no». Il cardinale Ruini, per parte sua, aveva dichiarato il suo «sì». Ma proprio le parole dell’uomo che guidò la Cei per 16 anni mostrano quanto le cose siano cambiate rispetto al 2005, quando diede indicazione di non votare per far saltare il referendum sulla procreazione assistita.
Il «ruinismo», già sfumato, si è concluso nel 2015 con le parole di Francesco a Firenze, «non dobbiamo essere ossessionati dal potere», e l’interesse per le vicende italiane del primo Papa americano, Leone XIV, non è maggiore di quello del predecessore argentino.
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16 febbraio 2026
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