ChristenJan Christen vincitore di tappa e della classifica generale all’AlUla Tour (foto: ASO/Lopez)
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Ogni volta che Jan Christen sbaglia, lo fa perché non si è risparmiato. Non è un calcolatore, non è un cinico. È un ragazzo di vent’anni con un talento così cristallino da sembrare a tratti fuori misura, e con una generosità di gambe che talvolta si trasforma in imprudenza. Il suo problema, se così vogliamo chiamarlo, non è la cattiveria: è non avere ancora imparato a dosare la propria esuberanza.

La UAE Team Emirates lo sa bene. Perché Christen è un predestinato, uno di quelli che a diciannove anni già sembra fuori posto nelle corse sottovento, ma che proprio per questo brucia le tappe della maturità a velocità doppia. E quando si cresce in fretta, qualche inciampo è inevitabile.

Il primo campanello d’allarme, forse frainteso, era arrivato al Giro di Svizzera. Una corsa di casa, la maglia della nazionale elvetica che sembra cucita addosso, e una squadra che gli chiedeva di sacrificarsi per João Almeida. Invece, a pochi chilometri dal traguardo della seconda tappa, Jan aveva attaccato. Da solo. Contro il nulla. Ignorando le gerarchie, ignorando il lavoro che i compagni stavano facendo per preparare un altro finale.

Mikkel Bjerg, di solito misurato, era esploso in un’intervista: «È un peccato che non sappia come aiutarci». Parole pesanti come macigni, soprattutto perché arrivavano dopo che, pochi mesi prima, in Algarve, Almeida gli aveva letteralmente regalato una vittoria di tappa. Quel gesto generoso del portoghese, restituito con un attacco egoista in Svizzera, aveva il sapore amaro di una lezione non imparata.

All’AlUla Tour, nei primi scorci di stagione, era già arrivata una penalizzazione. Nulla di grave, un avvertimento. Ma il segnale era chiaro: la foga, quella dote che lo rende così devastante quando si tratta di mettere potenza sui pedali, rischiava di diventare un’arma a doppio taglio. Durante la prima tappa, caratterizzata dai ventagli, il giovane svizzero cade due volte nel giro di pochi chilometri. Dopo la seconda caduta, sembra addirittura sul punto di gettare la spugna, ma decide di lanciarsi in un disperato inseguimento. Nei primi chilometri della rimonta, però, commette un’infrazione: per rientrare sul gruppo, approfitta in modo prolungato della scia dell’ammiraglia della sua squadra. Un’immagine che non sfugge ai giudici.

La conferma è arrivata sulle strade bianche della Clasica Jaén. Una corsa perfetta, fino a un certo punto. Christen aveva pedalato come un dannato nel finale, mettendosi al servizio di Tim Wellens, aiutando a rendere decisiva la fuga del suo capitano. Poi, quando si è trattato di giocarsi il podio con Maxim Van Gils, l’istinto ha preso il sopravvento. Nella volata, forse senza nemmeno rendersene conto, ha stretto la traiettoria, ha chiuso il rivale contro le transenne e l’ha mandato a terra. La giuria non ha avuto dubbi: squalifica.

Jan Christen non è un pazzo, non è un cattivo ragazzo. È semplicemente un talento che sta imparando a diventare un corridore completo. E in questo percorso, ogni tanto, la sua esuberanza gli gioca brutti scherzi. Il problema è che nel ciclismo di oggi, dove i margini sono millimetrici e le gerarchie ferree, l’esuberanza va dosata con precisione.