di
Silvia Turin

Uno studio americano propone una nuova ipotesi che coinvolge la lettura da vicino e la scarsa illuminazione, più che il tempo trascorso davanti agli schermi. E a volte gli occhiali peggiorano la situazione

Secondo le ultime stime diffuse dalla Società Italiana di Pediatria (Sip), la miopia interessa il 36% dei bambini e ragazzi tra 5 e 19 anni, con un aumento del 50% di casi negli ultimi 30 anni.

Il problema è riconducibile a diversi fattori, in primo luogo ai rapidi cambiamenti degli stili di vita che impegnano in misura sempre maggiore e più frequente la vista da vicino. Finora il peso maggiore da questo punto di vista è stato dato a una vita trascorsa sempre più al chiuso, al tempo passato a leggere da vicino, ma soprattutto all’uso prolungato di tablet e smartphone.



















































Lo studio 

Adesso un nuovo studio condotto da scienziati del SUNY College of Optometry e appena pubblicato su Cell Reports svela l’esatto meccanismo che favorisce l’insorgere della miopia, dovuto non tanto all’utilizzo di schermi in sé, ma a una comune abitudine visiva: la messa a fuoco ravvicinata e prolungata in ambienti scarsamente illuminati, che limita la quantità di luce che raggiunge la retina.
La nuova ipotesi spiegherebbe perché così tanti fattori apparentemente diversi (dalla lettura ravvicinata, alla scarsa illuminazione degli interni, al tempo trascorso all’aperto) sembrano tutti influenzare la progressione della miopia in un senso o in un altro.

«In condizioni di luce intensa all’aperto, la pupilla si restringe per proteggere l’occhio, consentendo comunque a una quantità sufficiente di luce di raggiungere la retina», spiega Urusha Maharjan, dottoranda in Optometria alla SUNY, che ha condotto lo studio. «Quando le persone mettono a fuoco oggetti vicini in ambienti chiusi (su telefoni, tablet o libri), la pupilla può restringersi (non a causa della luminosità) per rendere l’immagine più nitida. In condizioni di scarsa illuminazione, questa combinazione può ridurre significativamente l’illuminazione retinica». 
La retina, meno illuminata, genera risposte neurali più deboli, e questo, secondo gli autori, può essere un segnale che spinge l’occhio ad allungarsi, quindi a diventare miope.

Quando posare gli occhiali 

Gli autori evidenziano anche lo svantaggio per così dire cumulativo delle persone diventate miopi, che spiegherebbe in parte la sensazione che il difetto possa peggiorare quando si usino gli occhiali per vedere bene da lontano: quando la correzione è leggermente sovrastimata o le stesse lenti vengano usate per lavorare da vicino l’occhio è costretto ad «accomodare» di più (sforzarsi per mettere a fuoco) e, come effetto collaterale, la pupilla si stringe e di nuovo si riduce la quantità di luce che arriva alla retina. E si torna al fattore che ha causato (e può far peggiorare) la miopia. 

Come contromisure (ne abbiamo parlato QUI, ndr) si potrebbe pensare di esporre gli occhi a livelli di luce sufficientemente alti, ma in condizioni in cui la pupilla non sia troppo ristretta per l’accomodazione, usare lenti che riducono lo sforzo focale da vicino, impiegare colliri a base di atropina che bloccano in parte i muscoli responsabili del restringimento pupillare, oppure semplicemente trascorrere più tempo all’aperto guardando lontano, consiglio già noto da tempo.

Nuovo modo di pensare 

L’aspetto più importante, però, è che il nuovo meccanismo prevede che qualsiasi approccio al controllo della miopia fallirà se la «cattiva abitudine» ritornerà: occhio esposto a un’eccessiva accomodazione in ambienti chiusi, con scarsa illuminazione, per periodi di tempo prolungati.

«Lo studio offre un’ipotesi verificabile che riformula il modo in cui interagiscono abitudini visive, illuminazione e messa a fuoco degli occhi. È un’ipotesi basata su una fisiologia misurabile che riunisce molte prove esistenti. Sono necessarie ulteriori ricerche, ma ci offre un nuovo modo di pensare alla prevenzione e al trattamento della miopia», concludono gli autori della ricerca.

17 febbraio 2026