di
Monica Guerzoni
Ziello, deputato del generale: al tavolo anche la Russia
Sulla porta dell’Aula di Montecitorio, Antonio Tajani si prepara alla sfida parlando di calcio con i giornalisti e con l’azzurro Paolo Barelli. Ministro, Inter-Juve sabato l’ha vista? «Certo, abbiamo perso», geme il responsabile degli Esteri, juventino sfegatato. Il difensore interista Alessandro Bastoni, che ha fatto espellere Pierre Kalulu simulando un fallo, merita ancora di entrare in nazionale? «Ragazzi, io il mestiere vostro l’ho fatto per vent’anni, so’ bello navigato!». E per quanto il leader di Forza Italia sia «bello navigato» anche in politica, la giornata tra Camera e Senato non è stata una passeggiata di salute.
Per dire del clima basta l’ultima scena. A metà pomeriggio Tajani lascia la Camera dei deputati inseguito dai cronisti: «Chi andrà a Washington? Lei? Meloni? O un ambasciatore?». Una grandinata di domande, ma la risposta non c’è e il ministro sparisce dentro l’auto blu: «Decideremo domani (oggi, ndr)… Adesso devo andare al Senato». L’imbarazzo c’è, ma c’è anche il voto favorevole alla risoluzione di maggioranza dei tre deputati vannacciani di Futuro nazionale. Vogliono esserci perché «se non stai al tavolo stai nel menu» e però piantano paletti: l’Italia può avere una seggiola nel Board purché non paghi un euro, non può consentire che entri il Qatar «principale finanziatore del terrorismo islamico» e, come ha chiesto in Aula Edoardo Ziello, deve favorire l’ingresso della Russia di Putin.
Si parte alla Camera alle 13.30, con i banchi delle opposizioni quasi pieni e quelli di maggioranza quasi vuoti. A far compagnia all’inquilino della Farnesina sugli scranni del governo ci sono il trio di sottosegretari azzurri Ferrante-Valentini-Tripodi e due ministri di numero. Paolo Zangrillo resisterà fino alla fine. Luca Ciriani se ne andrà invece con largo anticipo alle 15.37. Ministro, lascia Tajani solo soletto? «Si difende benissimo, io devo andare in ufficio a divertirmi col Milleproroghe».
In un silenzio irreale, rotto solo da due brevi applausi, Tajani parla di Gaza come di «una ferita aperta», sostiene che il destino di quella terra martoriata è «cruciale per la sicurezza nazionale» e conferma che l’Italia sarà a Washington per la prima riunione del Board «in qualità di osservatore». Con buona pace di Elly Schlein, che lancia alla premier «spettatrice, altro che pontiera», un appello destinato a precipitar nel vuoto: «Aggirare la Costituzione è come violarla… Quando Meloni va all’estero rappresenta tutto il Paese. Io le chiedo di non andare a Washington e di non far partecipare l’Italia al Board con cui Trump vuole sostituire le Nazioni Unite».
Insomma, quella che per il ministro è una soluzione «equilibrata e rispettosa dei vincoli costituzionali», per il campo (miracolosamente) largo è una scelta da sudditi, vassalli, subalterni, imbucati, spettatori e via così, fino a Riccardo Magi di +Europa che dipinge il governo nell’atto di «accucciarsi, scodinzolare».
Per Tajani è il più urticante dei verbi, è l’acuto che ispirerà la replica irata del ministro e scatenerà i boati delle opposizioni. «Si è nervosi e si strilla quando non si hanno idee — offre lezioni di “serietà e democrazia” l’inquilino della Farnesina — Chi dice che non bisogna essere comitato d’affari, sappia che non scodinzoliamo nemmeno dietro a Tony Blair». E questa è per l’ex premier gialloverde Giuseppe Conte: «Noi non andavamo a scodinzolare attorno alla signora Merkel al bar».
Per capire chi abbia fatto infuriare l’inossidabile ministro bisogna riavvolgere il nastro e ascoltare il roboante j’accuse del verde Angelo Bonelli. Il Board of Peace? «Una vergogna, un’onta sulla storia dell’Italia», un’arca piena di «dittatori, autocrati, finanzieri e miliardari». È il «ritorno al feudalesimo» e il governo Meloni è «vassallo», perché ha «dichiarato fedeltà al sovrano Trump». E per favore ministro, lo aveva provocato Bonelli agitando il dito, «la smetta di fare quell’inutile sorrisino».
Un’ora prima, su un divanetto del Transatlantico, il co-leader di Avs schivava ogni accento diplomatico: «Una vomitevole operazione speculativa sulla pelle dei palestinesi dopo un genocidio». Ed è proprio Fratoianni in Aula a far arrabbiare Tajani, che fino a quel momento si era ben guardato dal rivolgere lo sguardo verso gli oppositori, mostrandosi intento a sfogliare le sue carte o a digitare sul telefonino. «Le chiedo onestà intellettuale», lo sferza il segretario di Sinistra italiana sostenuto dalla claque di Avs e il «signor ministro degli Esteri» scaccia a gesti le parole sgradite: «No, no, l’onestà c’è sempre stata».
Gli rimproverano di aver pronunciato parole vuote, di voler aderire al «modello Corea del Nord», di non aver nominato il «criminale Netanyahu», di aver dimenticato i 60 mila orfani di Gaza. «Andiamo a Washington a fare i guardoni?», ironizza Davide Faraone di Iv e — come già aveva fatto il dem Peppe Provenzano — provoca il vicepremier su un punto sensibile: «Qual è la posizione di Forza Italia, quella europeista di Marina Berlusconi o quella Maga di Tajani?».
Le critiche saranno pure legittime, ma per il ministro «non sono condivisibili». E poi, perché le opposizioni non fanno proposte alternative? Il capogruppo del M5S Riccardo Ricciardi ringrazia (a suo modo) per l’assist e, difendendo con foga Francesca Albanese dal «killeraggio» delle destre, infiamma un’Aula a tratti assopita: «Sa ministro cosa avrebbe dovuto fare e non ha fatto? Riconoscere la Palestina, interrompere i rapporti con Israele durante il genocidio, arrestare Netanyahu… Aveste fatto così ci sareste anche potuti andare al Board, ora invece ci andate da complici». Urla da destra, applausi da sinistra. E la rissa continua.
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17 febbraio 2026 ( modifica il 17 febbraio 2026 | 22:27)
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