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Si sta tenendo in questi giorni in Germania, nella capitale, la 76esima edizione della Berlinale, il maggiore festival di cinema del Paese e una delle principali manifestazioni cinematografiche al mondo, per importanza terza solo dietro a quella di Cannes e quella di Venezia.

E se ne sta facendo un gran parlare non tanto per i film presentati – una cosa su cui riflettere sarebbe ad esempio che nel concorso principale non figura nessuna opera italiana – ma prevalentemente a causa di alcune polemiche. Durante la consueta conferenza stampa d’apertura, dello scorso giovedì 12 febbraio, ha fatto molto discutere una risposta data dal presidente di giuria Wim Wenders, regista tedesco di lungo corso e di film iconici come Paris, Texas, Il cielo sopra Berlino e anche Perfect Days, che un paio d’anni fu molto visto qui in Italia.

Incalzato da un attivista e blogger con una domanda riguardante le posizioni del governo tedesco sulla questione legata a Gaza e Israele, Wenders ha risposto così: “I film possono cambiare il mondo, ma non in senso politico. Nessun film ha mai davvero modificato il punto di vista di un politico. Tuttavia, possiamo influenzare il modo in cui le persone immaginano la propria vita. Esiste una grande discrepanza tra chi aspira a vivere la propria vita liberamente e i governi che hanno opinioni diverse. E ritengo che i film possano mettere in luce tale discrepanza.” Poi ha aggiunto la parte più incriminata: “Dobbiamo restare fuori dalla politica. Se realizziamo film intenzionalmente politici, entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica. Siamo l’opposto della politica.”

La bufera mediatica

Questa risposta, di cui è stata rilanciata in lungo e in largo su giornali e social per lo più la seconda parte, è stata letta come una mancata presa di posizione e anzi un tentativo di far calare il silenzio sulla tutt’altro che risolta questione palestinese. Non c’è voluto molto perché si aprisse la bufera.

Il giorno successivo alla conferenza stampa, la scrittrice indiana Arundhati Roy, che a Berlino doveva presentare la versione restaurata di In Which Annie Gives It Those Ones, un film per la tv del 1989 da lei scritto e interpretato, ha annunciato addirittura il suo ritiro dal festival. “Sentirli dire che l’arte non dovrebbe essere politica mi ha lasciato a bocca aperta” ha commentato Roy, che si è poi detta “scioccata e disgustata” per questo tentativo di “chiudere un dibattito su un crimine contro l’umanità, proprio mentre si sta svolgendo davanti ai nostri occhi in tempo reale”.

Da un certo punto di vista è abbastanza chiaro cosa Wenders volesse intendere: il cinema, che è un’arte, discute e influenza il mondo circostante con strumenti differenti da quelli della politica intesa in senso stretto. Non ha sicuramente aiutato la comprensione del suo pensiero il fatto che la dichiarazione sia stata estratta, ridotta e rilanciata, ritagliando e infiocchettando ad hoc la polemica per metterla a misura di immediata viralità e facile indignazione.

Timidezza istituzionale

Non che questo scagioni del tutto l’eccessiva timidezza di Wenders, che di esperienza di mondo ne ha sulle spalle, a dirla tutta apparse in questa occasione un po’ troppo poco quadrate. Di cui va in ogni caso non tanto compreso, ma quantomeno tenuto in considerazione, il particolare contesto circostante. Cioè quello di un autore tedesco investito di una prestigiosa carica istituzionale in un paese come la Germania, nazione in costante difetto rispetto alle questioni legate allo stato israeliano e all’eredità storica della Shoah. Per intenderci, proprio la Germania, assieme a Francia e Italia, è tra gli stati che recentemente ha chiesto la rimozione della relatrice ONU Francesca Albanese, sistematicamente accusata di antisemitismo.

Una timidezza, quella di Wenders, che stona comunque rispetto all’identità stessa della Berlinale, che tra i grandi festival è quello che più spesso ha accolto e valorizzato istanze di coraggioso progressismo artistico – dal 2021 ha introdotto un premio unico per la miglior interpretazione attoriale, senza distinzione di genere – e di netto posizionamento politico.

Solo due anni fa a Berlino si premiava e celebrava, anche in quella circostanza con diverse polemiche, il documentario No Other Land, film che sarebbe divenuto premio Oscar nel 2025 e che racconta dell’occupazione israeliana in Cisgiordania – e di cui uno degli autori, Hamdan Ballal, proprio in questi giorni, è stato nuovamente vessato e aggredito da parte dei coloni ebrei con il beneplacito dell’esercito d’Israele.

Rimettere a fuoco

Ad ogni modo, questa storia ci mostra un paio di cose. La prima è che agli artisti si chiede oramai di schierarsi sempre e su tutto, e questo è un problema. Nei giorni seguenti la galeotta conferenza stampa, la direttrice artistica della Berlinale, Tricia Tuttle, ha rilasciato una nota ufficiale in cui osserva che “sempre più spesso ci si aspetta che i registi rispondano a qualsiasi domanda venga loro posta. Vengono criticati se non rispondono. Vengono criticati se rispondono e non ci piace quello che dicono”.

Un meccanismo che in effetti sembra sempre sul punto di incepparsi, ammesso che non lo abbia già fatto. Un cortocircuito che ha a che vedere più con la cronica distorsione del sistema dell’informazione, sempre alla strenua ricerca del virgolettato sopra cui macinare click e like, che con le questioni politiche e ideologiche di per sé.

La seconda è che in tempi di ruspanti neofascismi e neoimperialismi è tutt’altro che peccato o banale piantare la bandiera, ma è anche dietro l’angolo il rischio dell’automatismo di copertina. Sono facce della stessa medaglia il goffo – se non paraculo – dichiarare di fare arte “apolitica” dell’attore Neil Patrick Harris o il glissare dell’attrice premio Oscar Michelle Yeoh (premiata con l’Orso d’oro alla carriera), così come però lo è anche il facile applauso riservato in un’altra conferenza stampa a Tom Morello, chitarrista dei Rage Against the Machine a Berlino per presentare il documentario The Ballad of Judas Priest, che ha detto: “Che periodo storico questo che viviamo, in cui puoi realizzare un documentario su una delle tue band preferite e combattere il fascismo allo stesso tempo”.

Forse dovremmo tutti cercare con sforzo e coraggio avversari da additare e simboli in cui identificarci che vadano oltre trenta secondi di reel o una citazione imbellettata su Canva. Così, magari, torneremmo a riscoprire quali sono i veri avversarsi e quali i veri simboli.