di
Fabrizio Caccia
Il critico d’arte: mia figlia? Non ha neanche chiamato, non dica che pensa al mio bene
Professor Vittorio Sgarbi, alla fine un’assoluzione e due archiviazioni per il caso del quadro di Rutilio Manetti: può dirsi soddisfatto.
«Lo sono. So quello che ho fatto, e grazie all’opera dei miei difensori, il professor Alfonso Furgiuele e il mio storico avvocato Gianpaolo Cicconi, il giudice ha capito e giudicato in maniera opportuna, assolvendomi non per “insufficienza di prove” come qualche persona poco informata sostiene (dato che è da 40 anni che lo Stato italiano ha ritenuto quella formula di eredità fascista incompatibile col principio costituzionale della non colpevolezza), ma perché il fatto non costituisce reato».
Vien da pensare che l’inchiesta sul dipinto possa aver influito sulla sua depressione. Non è così?
«Contro di me — li hanno contati i miei collaboratori, non io — ci sono stati innumerevoli articoli de il Fatto Quotidiano, in un certo periodo addirittura al ritmo di uno al giorno, 5 o 6 trasmissioni di Report di Sigfrido Ranucci, una decina di puntate di Lo stato delle cose di Massimo Giletti. Una esagerazione, direi, anche nell’esercizio del sacrosanto diritto di cronaca! Certo che la vicenda ha influenzato il mio umore, ma non sono interessato alle vendette, come magari sarei stato tempo addietro. Per me, l’unico risultato apprezzabile di tutto ciò rimane il fatto che l’Italia ora conosce un po’ di più chi sia Rutilio Manetti».
L’onorevole Maurizio Lupi di Noi moderati ha posto pubblicamente questa domanda: e ora chi risarcirà Vittorio Sgarbi?
«Io mi sono dimesso (da sottosegretario alla Cultura nel febbraio 2024, ndr) a causa di una lettera anonima da parte di qualcuno — anche lui preso sul serio dagli stessi organi di informazione — che ora è indagato dalla Procura della Repubblica per varie ipotesi di reato, e per via di questa vicenda del Manetti che mi ha visto assolto. Non potevo difendermi da sottosegretario, anche perché i miei legali mi hanno consigliato di non partecipare al gioco al massacro dei media. É chiaro che nello svolgere un incarico istituzionale non avrei potuto sottrarmi alle domande. Ma adesso non chiedo in cambio nulla a nessuno. Men che meno risarcimenti morali».
I suoi legali hanno parlato di “macchina del fango”: quanto male possono fare a volte i media? Lo chiediamo a lei che mediaticamente è sempre stato un protagonista.
«Diciamo che in questa circostanza non c’è stato uno Sgarbi a difendermi dalla “macchina del fango”. Ma ciò non è necessariamente un male: vuol dire che un altro Sgarbi non c’è, nel bene e nel male».
Considerando le sue ultime questioni familiari, citato in giudizio pure da sua figlia Evelina, da quale quadro, lei che è un esperto, si sentirebbe meglio rappresentato? Forse dal San Sebastiano del Mantegna?
«Amo molto una tavola di un rinascimentale parmense, Francesco Marmitta, in cui San Sebastiano è un bambino. Ma non facciamo paragoni fuori luogo, credo che questa vicenda sia stata tutta una esagerazione. Non capisco, o forse lo capisco fin troppo bene, perché Evelina interpelli i giornali e le televisioni e non me, neanche dopo questa assoluzione, giusto per dirmi che le fa piacere. E non mi spiego ancora perché certa tv si appassioni così tanto alla sua vicenda che per quanto mi riguarda avrebbe una natura squisitamente intima. Ma non sono stato certo io a volere lo spettacolo. Io voglio essere solo lasciato in pace».
Ma non è umiliante, per uno come lei, vedersi costretto a sottoporsi a una perizia psichiatrica per dimostrare la propria capacità di contrarre matrimonio o fare testamento?
«È come in quei brutti sogni ricorrenti in cui torni a fare l’esame di maturità, lo finisci, va bene, torni a casa e ti dicono che devi rifarlo di nuovo, c’è sempre un circo Bagonghi a ritenere che non sia valido. Anche questa intervista diranno che non l’ho rilasciata io, come hanno detto che il libro non l’ho scritto io, che la firma rilasciata al Policlinico Gemelli non è mia, direbbero qualunque cosa pur di avere una presenza televisiva in più. Insomma, lei non sta parlando con me, è bene che lo sappia, ma con il mio clone, lui ancora capace di intendere e volere».
Ha un messaggio diretto al cuore di Evelina?
«Ho già detto tutto quello che umanamente andava detto, potrei solo invitarla di nuovo, più che altro per il suo bene, a non dichiarare di pensare al mio bene quando mi porta in tribunale».
Il suo libro “Il cielo più vicino” edito da “La Nave di Teseo” è stato uno dei più regalati a Natale: il titolo fa pensare quasi a un addio.
«Dalla montagna il cielo è più vicino, un cielo di rinascita. Si sta meglio sulla terra quando si impara a vedere il cielo».
La sua compagna Sabrina Colle, sua sorella Elisabetta Sgarbi, l’amico professore Ugo Ruffolo: siete una squadra molto coesa.
«Io la chiamo famiglia, la mia famiglia, l’unica vera. C’è chi la chiama squadra, ma io non seguo lo sport. Le squadre cambiano i giocatori e gli allenatori, le famiglie invece non dovrebbero farlo».
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17 febbraio 2026
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