di
Andrea Laffranchi
Il cantante alla quinta partecipazione al Festival con «Ora e per sempre»
L’ultima volta a Sanremo, nel 2015, a Raf non andò benissimo: bronchite, un’esibizione senza voce e una scottante eliminazione alla quarta serata. «È il ricordo più brutto delle mie cinque partecipazioni… Non me l’aspettavo proprio. Ero a cena con mia moglie Gabriella e il mio manager, arriva lo chef al tavolo e in diretta mi dice: “sei stato eliminato”. Mi è rimasto lì il boccone… Erano gli anni in cui, sull’onda dei talent show, al Festival la tv prevaleva su tutto. Oggi sono più sereno e ho anche imparato a giudicarmi meno severamente. Tante volte sono andato maluccio all’Ariston e poi la canzone è stata apprezzata dal pubblico».
Presenta «Ora e per sempre» scritta con suo figlio Samuele.
«Lavorare con un figlio è bellissimo e allo stesso tempo devi stare attento alle parole: con un collaboratore mi sento più libero. I primi approcci da adolescente sono stati terribili… A volte gli ho dato qualche consiglio ma lui faceva le sue cose senza coinvolgermi: insieme avevamo fatto solo “Samurai”, brano diventato colonna sonora di uno spot. Di recente mi ha fatto sentire uno spunto musicale, ci siamo messi al pianoforte insieme ed entro sera la canzone c’era».
Ed eccola a Sanremo…
«Prima c’è stata la scrittura del testo. Stavo cercando un appiglio e l’ho trovato in un foglietto scritto a macchina ritrovato in un cassetto. Era la promessa di matrimonio delle nozze che io e mia moglie celebrammo nel 1996 a Cuba. Non mi piaceva il finale “finché morte non vi separi” e lo cambiai, in accordo col sacerdote, correggendolo a matita con un “ora e per sempre” scritto in spagnolo. Mi sono detto il titolo c’è».
Come la racconta?
«È la storia di una coppia che è conosciuta a fine anni 80 e che fa i conti col profondo cambiamento che il mondo ha avuto da allora. Oggi la verità si nasconde fra milioni di voci ed è spesso è oscurata dalle fake news. Il cinismo dei potenti se lo potevano anche aspettare, ma la mancanza di empatia delle persone comuni no: da occidentali fortunati ci lamentiamo per le nostre vite complicate senza pensare alle vite disumane di chi vive in guerra. Il finale, come in tutte le canzoni pop, è positivo e dice che vedremo l’alba insieme».
Autobiografico: la sua è una relazione lunga…
«Ho avuto la fortuna di trovare la persona con cui condividere tutto, gioie e dolori».
Parafrasiamo Raf: cosa resterà di questi anni Venti?
«Quella canzone la scrissi alla fine degli anni 80, era il consuntivo di un decennio. Difficile farlo ora perché quello che stiamo vivendo è in continua evoluzione. Ogni giorno dagli Usa potrebbe arrivare la notizia che cambia il mondo. Con Trump stiamo andando verso lo sgretolamento delle regole che ci hanno garantito libertà e verso la fine della solida alleanza con l’Europa. Se devo trovare un lato positivo in questo è che l’Europa è obbligata a stare unita e mettere da parte gli interessi sovrani, e uso questa parola non per caso, per il bene di tutti».
Ha ricordato il Sanremo più brutto… il più bello?
«Ricordo quello come ospite assieme a Umberto Tozzi: tutto il teatro ballava. Ma il più bello è stata la vittoria di “Si può dare di più” nel 1987».
C’era sempre Tozzi, con Morandi e Ruggeri, e lei era autore del brano. Festeggiò con il trio?
«No, avevo l’influenza ed ero a casa con la febbre. Il mattino dopo mi svegliai e pensai: ma ho sognato o è successo davvero?».
Come era nata?
«L’avevo scritta, come faccio sempre, con un testo in inglese vero ma senza senso compiuto. Le parole mi servono per dare un’idea di suono e in quel caso era centrale la parola celebration. Caterina Caselli voleva farne la risposta italiana a Band Aid e Usa for Africa, i progetti inglese e americano contro la fame in Africa, ma non se ne fece nulla. Passò del tempo e la fecero sentire a Morandi che la scelse per Sanremo».
Rimpianto per non averla cantata con loro?
«No. Ero ancora sotto contratto con la Carrère, etichetta discografica francese, e ci sarebbero stati problemi legali. E soprattutto passare da “Self Control” a quel brano sarebbe stato un salto troppo grande»
18 febbraio 2026
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