di
Giacomo Valtolina

Teatro dell’assurdo all’arena di Santa Giulia all’ingresso prima della semifinale di hockey femminile Usa-Svezia: il vessillo blu era nello zaino del 12enne fermato da un addetto: «Questa non può entrare per le regole del Cio». Il cortocircuito sui posti riservati agli studenti e le promo last minute

Provate a spiegarlo voi a un bambino di 12 anni. Che quel pezzo di stoffa blu con le stelle gialle, lo stesso che vede sventolare fuori da scuola, in Comune, in tivù quando si parla di pace e fratellanza, all’improvviso diventa un oggetto proibito. Qualcosa di cui vergognarsi davanti ai compagni e gli altri spettatori in coda, tanto da essere buttato nella spazzatura all’ingresso di un palazzetto dello sport.

Il teatro dell’assurdo va in scena alla nuova arena di Santa Giulia, l’occasione è la semifinale di hockey femminile tra Usa e Svezia. Un evento pensato per aprire i cancelli olimpici alle scuole milanesi, l’idea di raccontare alla generazione che verrà i valori della competizione e del fair play. Dove il buon senso, però, è rimasto fuori dai tornelli, incagliato in ottuse burocrazie applicate da pretori solerti.



















































La scena è di quelle che lasciano il segno negli occhi e nel cuoricino: un addetto alla sicurezza apre lo zaino di un alunno, vede la bandiera dell’Europa: «Questa non può entrare». Senza appello. La prima mossa è buttarla dritta nel pattume. Solo il sussulto di coscienza di un’altra addetta evita che lì rimanga. Dopo le sue insistenze, la bandiera viene restituita al piccolo, ma con una raccomandazione di clandestinità: «Non tirarla mai fuori…». Secondo la carta olimpica è un simbolo politico, come è considerata anche la bandiera della pace, per esempio, e non il vessillo di una nazione. Anche se il Cio la ammette nel protocollo istituzionale e dunque già si vede sventolare alla gare. Ma mai dai tifosi.

Il risultato? Un bambino «umiliato», dicono i suoi, il resto della classe piombato in un silenzio tombale e i professori che si guardano intorno cercando una logica che non c’è. «Come si spiega a un ragazzino che il simbolo della sua identità culturale, che gli abbiamo insegnato, deve restare nascosto come fosse il fumogeno di un ultrà? — si chiede il padre — All’uscita il piccolo era triste e deluso». Tenero, «diceva: “Mi dispiace avervela fatta comprare”». «Ma noi l’avevamo scelta perché Italia e Svezia sono unite. Nell’Unione europea».

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Il pasticcio della bandiera è stato solo l’ultimo atto dell’odissea sui posti riservati alle scuole. Promessi a pioggia, poi tagliati drasticamente in un cortocircuito tra organizzatori, Comune e istituti, lasciando a terra decine di studenti che già respiravano lo spirito olimpico in casa. Inoltre se i genitori che volevano seguire i figli avevano pagato oltre cento euro la domenica per un posto, poche ore dopo, la mattina del match, gli stessi biglietti erano stati messi in promozione a 26 euro, per riempire i buchi sugli spalti.

Alla fine, tra Usa e Svezia (5-0 per la cronaca con la gran parte dei bambini a tifare Svezia, Europa), ha vinto l’integralismo. Quello che trasforma una festa in un’esperienza mortificante e che costringe bambini a nascondere l’Europa in fondo a uno zaino. Una lezione civica, sì, per il piccolo. Ma all’incontrario.

La Fondazione Milano Cortina replica «che la bandiera della Ue è parte del set protocollare delle bandiere olimpiche e che la sua presenza è prevista nelle venue di gara», anche se da Carta olimpica risulta essere immagine di un’identità politica in contrasto con la «neutralità» dei Giochi, dunque non una bandiera delle nazioni in gara, le uniche ammesse per gli spettatori. Regole già al centro di polemiche a Parigi 2024, due anni dopo di nuovo infrantesi contro le speranze di fratellanza di un bambino.


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18 febbraio 2026 ( modifica il 18 febbraio 2026 | 15:32)