La lettera K è diventata un oggetto di dibattito: fra economisti, investitori, e politici. In questo caso la lettera K non è l’iniziale di qualche termine specialistico. Bisogna guardare la sua forma, sul lato destro: le due asticelle che divergono, una verso l’alto, l’altra all’ingiù. È un modo semplice per raffigurare l’andamento dell’economia americana, è un «disegno» di due società, due mondi sociali, due comportamenti di consumo. Aiuta a spiegare molte contraddizioni: in particolare la coincidenza fra la buona tenuta dell’economia (lavoro, consumi) e il pessimismo dei sondaggi sullo stato della nazione.
L’economia biforcuta, «a forma di K», è il tema del momento. Le famiglie con redditi più alti hanno visto aumentare ricchezza e fiducia grazie ai forti rendimenti di Borsa, mentre le famiglie con redditi più bassi faticano ad arrivare alla fine del mese visto l’alto costo della vita.
Non è la classica contrapposizione fra l’un per cento dei privilegiati e il 99%, che nel mondo delle geometrie si raffigurava con una piramide. No, nella lettera K le due asticelle partono dal centro, quasi a indicare che mezza America declina e l’altra metà sta bene; in ogni caso la parte fortunata dell’equazione non è affatto minuscola, e questo spiega appunto gli indicatori positivi su Pil, consumi.
Però questa frattura rende le prospettive dell’economia più precarie. Se è vero che gli americani «dell’asticella che sale» sono arricchiti prevalentemente dal rialzo dei loro portafogli azionari, allora un inciampo dei mercati potrebbe significare un calo improvviso dei consumi e una crescita più lenta.
La K significa appunto questo. La Borsa ai massimi storici ha rafforzato i bilanci delle famiglie ad alto reddito, che a loro volta stanno sostenendo la spesa dei consumatori e la crescita economica. I redditi più bassi, al contrario, tirano la cinghia.
Un passo falso dei mercati potrebbe significare una frenata della spesa dei più benestanti, con effetti a catena sull’intera economia, mercati azionari inclusi. «È quasi come se il mercato azionario fosse la coda che agita il cane dell’economia», ha dichiarato al sito d’informazione finanziaria Morningstar Emily Roland, co-responsabile delle strategie d’investimento di Manulife John Hancock Investments.
La divaricazione non è più solo tra redditi alti e bassi, ma anche tra i medioalti e i mediobassi. Contiene un elemento di fragilità. Le famiglie benestanti spendono di più in categorie più facili da tagliare se necessario, come viaggi e intrattenimento.
I due «bracci» della lettera K che puntano in direzioni opposte sono separati dalla proprietà di azioni e quindi dall’esposizione ai mercati finanziari. Il braccio che sale illustra la buona sorte delle famiglie ad alto reddito, che tendono ad avere un cuscinetto consistente di risparmi investiti in Borsa e altre attività finanziarie, inclusi Etf, oro, fondi d’investimento, quote di hedge fund. Il mercato azionario è stato in un ciclo rialzista pluriennale, con l’indice Morningstar US Market Index che ha reso il 26% nel 2023, il 24% nel 2024 e il 17% nel 2025.
Questi rendimenti straordinari hanno rafforzato i bilanci non solo dei più ricchi ma anche di un vasto ceto medioalto. All’inizio dell’anno scorso, Moody’s Analytics stimava che il 10% più ricco dei percettori di reddito negli Stati Uniti rappresentasse circa metà della spesa dei consumatori.
La Borsa alle stelle alimenta quello che viene definito effetto-ricchezza: a prescindere dall’andamento del reddito corrente (stipendio o altro), il fatto di vedere aumentato il valore dei propri risparmi dà un senso di sicurezza che incoraggia a consumare.
Si starebbe verificando un calo dei tassi di risparmio anche tra i redditi più alti, la prova che questa fascia sta sostenendo la spesa complessiva. Sembra che le famiglie ad alto reddito abbiano ridotto quanto mettono da parte perché la loro ricchezza in Borsa aumenta rapidamente.
Il braccio della K che scende mostra invece come se la cavano le famiglie a reddito più basso. Hanno meno risparmi, il peso dei loro fondi pensione o dei loro depositi bancari non è tale da renderli euforici per i rialzi di Borsa. La crescita salariale è lenta, riesce solo a tenere il passo con l’inflazione. I tassi di interesse elevati pesano, perché rendono più costoso prendere a prestito (mutui, carte di credito, prestiti per acquisti di auto, mobili, elettrodomestici). Questo danneggia il consumatore più in basso, che tende a essere indebitato.
La divisione è evidente nelle indagini sull’umore dei consumatori. Dati recenti del report dell’Università del Michigan, che misura la fiducia delle famiglie nelle proprie finanze e nella traiettoria dell’economia, mostrano che le famiglie con maggiori partecipazioni azionarie sono sempre più ottimiste, mentre vale l’opposto per chi non possiede azioni.
L’ottimismo è aumentato a febbraio per i consumatori con i portafogli azionari più grandi, mentre è rimasto fermo e su livelli molto bassi per i consumatori senza partecipazioni azionarie.
Se si disaggregano questi dati per fasce di reddito, emerge un risultato simile: il terzo più ricco delle famiglie mostra la fiducia più alta di qualsiasi altro gruppo. I dati sulle vendite al dettaglio sotto Natale indicano che la spesa durante le festività è stata piatta: un segnale di stagnazione, forse legato al calo di fiducia per tutti tranne che per le famiglie più benestanti.
La dinamica dei consumi resta irregolare, sempre più dipendente dalle famiglie ad alto reddito.
Un altro modo per descrivere l’America di oggi: l’economia non cammina più su due gambe, zoppica su una sola. E quell’unica gamba è fatta di azioni in portafoglio, case rivalutate, rendite finanziarie, bonus e stock option.
Una ricerca della Federal Reserve Bank of Dallas osserva che la «concentrazione dei consumi» tra i redditi più alti può aumentare la fragilità dell’economia: se la spesa si addensa in cima, basta un inciampo di quel gruppo perché l’intero ciclo si indebolisca. Non è solo una questione morale o sociale, scrivono gli economisti della Dallas Fed: è un tema di stabilità macro, quindi di interesse diretto per chi governa e per chi fa politica monetaria.
Se questa fosse la vecchia storia dell’ineguaglianza americana, si potrebbe archiviare come «business as usual». Ma la K di oggi ha due caratteristiche nuove. La prima è la dimensione. L’Associated Press nota che il termine «K-shaped economy» dilaga perfino nei discorsi dei banchieri centrali, e lo collega a un paradosso: crescita solida, ma assunzioni più lente, fiducia bassa, case ferme, e settori interi che arrancano mentre tecnologia e investimenti legati all’IA corrono. È come se convivessero due Americhe grosso modo equivalenti, nello stesso quadrante economico.
La seconda novità riguarda l’inflazione: non colpisce tutti allo stesso modo. I redditi più bassi sperimentano un carovita più acuto, perché il loro paniere di consumi è squilibrato su affitti, bollette, cibo e trasporti: beni e servizi di prima necessità che aumentano e non puoi evitare. Il che significa che la K non è solo nei mercati finanziari, è anche nel carrello della spesa.
E poi c’è il tema che in prospettiva preoccupa Wall Street: la concentrazione dei consumi. Quando quasi metà della spesa dipende dal segmento alto, una correzione di Borsa non è più soltanto un danno finanziario, ma ha un impatto sull’economia reale.
Non è detto che la spaccatura sia solo «ricchi contro poveri». Qualcuno propone un alfabeto alternativo, una correzione della metafora sulla lettera K. Fortune ha parlato di «economia a forma di E», citando dati di Bank of America: non solo i redditi bassi, anche una parte del ceto medio si sente sotto pressione. Se la K implicava due blocchi, la E maiuscola suggerisce più strati: in alto si vola, in mezzo si ansima, in basso si sopravvive. Il paradosso finale è che questa fragilità nasce da una forza: l’America che innova, che domina in finanza e tecnologia, che produce nuove rendite.
18 febbraio 2026
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