Alla Clásica Jaén abbiamo visto una dinamica che nel ciclismo esiste da sempre: due corridori lanciati in volata, uno che chiude la porta e l’altro che finisce a terra. La squalifica di Jan Christen è arrivata immediata e, nella sostanza, è corretta, perché la sua traiettoria attraversa la strada in modo eccessivo, tardivo e pericoloso. Christen parte dalla destra e si sposta completamente a sinistra, non per difendere una linea già sua ma per conquistarla quando l’avversario è ormai lanciato; è una manovra sporca e anche tatticamente ingenua, perché certe chiusure si fanno solo quando l’arrivo è imminente o quando lo spazio da togliere è minimo. Qui invece lo spazio è enorme, è chiaro che Van Gils avrebbe saltato Christen. Pretendere di chiudere così lontano dal traguardo significa non accettare la realtà. La squalifica, quindi, è logica.

Eppure, fermarsi qui significa raccontare solo metà della verità tecnica di quella caduta. Perché Maxim Van Gils non cade per una spallata forte, non cade per un colpo duro: è bastata una toccata con le anche per farlo volare in terra. E questo dettaglio cambia molto la lettura dinamica dell’episodio. Dalle immagini si vede chiaramente che Van Gils sta sprintando con le mani appoggiate sulle leve dei freni, una posizione che oggi si vede sempre più spesso ma che, dal punto di vista della stabilità, è la peggiore possibile in una volata combattuta. In presa alta sulle leve la mano non chiude il manubrio, non blocca la rotazione, non crea struttura; basta un micro-contatto e la bici perde allineamento perché il corridore non ha leva né forza per opporsi.

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L’instabilità della presa alta

Con larghezze ridotte di manubrio e leve verso l’interno, pompe dell’olio integrate nelle leve, la presa alta è ancora più instabile di quanto fosse in passato, perché l’angolo di controllo diminuisce e la capacità di contrastare una deviazione laterale si riduce drasticamente. In altre parole, fare una volata così è tecnicamente un errore.

Il video della caduta

 

Questo non assolve Christen: la sua traiettoria resta scorretta e per questo la squalifica è giusta. Ma aiuta a capire perché lui la percepisca come ingiusta. Nella sua lettura interna, e in parte non è completamente falsa, lui non “butta giù” l’avversario: lui chiude in modo aggressivo ma senza colpirlo, mentre la caduta avviene perché l’altro corridore non ha una presa solida quando deve reagire. Un vero sprinter, con le mani al posto giusto, avrebbe reagito appoggiando le leve dei freni alle anche di Christen e lo avrebbe spostato di peso. È così che fanno tutti gli sprinter per conquistare la posizione, dal momento che staccare le mani dal manubrio è vietato.

Non sono chiaramente responsabilità equivalenti, ma ridurre tutto a “uno lo ha buttato giù” è inesatto. La posizione a mani su in volata è figlia di posizionamenti in bici errati, con telai troppo corti che non permettono al corridore di sviluppare potenza con le mani giù sotto al manubrio. Naturale che il corridore preferisca mettere le mani dove si sente di fare più forza. Il problema è che ne perde in guidabilità. Van Gils pensava di dover fare una volata dritta senza problemi, ma alla difficoltà creata dall’avversario, è finito in terra, e poco importa se l’avversario è stato squalificato. Lui ha perso salute, risultato del giorno e risultati futuri, perché da una caduta bisogna sempre riprendersi.