Il ceo di Meta è apparso per la prima volta davanti a dei giudici nel processo che coinvolte oltre 1600 querelanti che hanno l’obiettivo di dimostrare come le piattaforme siano state costruite con meccanismi che portano alla dipendenza
«Se crei qualcosa di utile, le persone poi vorranno usarlo in modo naturale». Ha esordito così Mark Zuckerberg nella sua testimonianza al tribunale di Los Angeles. Nonostante le varie udienze che hanno visto il suo intervento al Congresso americano, è la prima volta, per il ceo di Meta, davanti ai giudici.
«Se il consiglio di amministrazione vuole licenziarmi potrei eleggere un nuovo consiglio e reintegrarmi», ha risposto il ceo di Meta agli avvocati che gli hanno chiesto se avesse mentito durante la sua apparizione in un podcast dicendo di non temere un licenziamento perché vanta poteri di voto nell’azienda.
Zuckerberg poi si è scusato del fatto che il filtro di Instagram per individuare e quindi bloccare l’accesso ai minori di 13 anni non abbia funzionato e, invitato a commentare le lamentale provenienti anche dall’interno dell’azienda, secondo cui non si sta facendo abbastanza per evitare che i minori di 13 anni utilizzino la piattaforma, il 41enne a capo di Meta ha affermato che sono stati apportati miglioramenti, ma «avrei voluto che ci fossimo riusciti prima».
Il processo: dai meccanismi per creare dipendenza
Il processo in corso prevede la discussione di 22 cause legali, che faranno da “casi scuola”. Sono 1.600 le persone al momento coinvolte come querelanti. Si accusano le società che gestiscono i principali social media di aver creato meccanismi appositi sulle piattaforme per creare dipendenza e — di conseguenza — problemi di salute mentale nei più giovani.
TikTok e Snapchat hanno deciso di patteggiare. Google (per YouTube) e Meta (per Instagram e Facebook) dovranno dimostrare di non aver spinto i più giovani verso un consumo compulsivo e irrazionale dei loro social. La settimana scorsa è stato il turno di Adam Mosseri, a capo di Instagram dal 2028, che ha negato la «dipendenza» parlando piuttosto di «uso problematico».
Ma nel corso del processo un avvocato ha mostrato a Zuckerberg una email interna del 2017 in cui mostra come gli adolescenti fossero considerati una «priorità massima» per la compagnia. L’email recita: «Mark ha deciso che la priorità principale dell’azienda nel 2017 sono gli adolescenti». L’email afferma anche che Zuckerberg voleva che il «team dedicato agli adolescenti organizzasse la pianificazione» e l’esecuzione strategica. L’avvocato Mark Lanier, che rappresenta la ragazza finita nel tunnel della dipendenza da social, ha chiesto a Zuckerberg se gli fosse stata presentata questa email. Il miliardario ha risposto: «il contesto di questo suggerisce che sia corretto».
La strategia ispirata alle accuse all’industria del tabacco
La prima querelante è K.G.M. che oggi ha 19 anni. Quando ne aveva 8 si è iscritta a YouTube, poi a 9 ha creato un account su Instagram. Quello che allora si chiamava Musical.ly e che oggi è TikTok l’ha scoperto a 10. Infine a 11 è entrata anche su SnapChat. Poi ha passato la sua adolescenza a combattere ansia, depressione e svariati problemi di accettazione del suo corpo. Con lei, e con la sua storia di «tossicodipendenza» è iniziato il processo lo scorso 27 gennaio. Il New York Times aveva spiegato come la strategia messa in atto si sia ispirata a quella adottata negli anni ’90 per accusare l’industria del tabacco di nascondere le conseguenze negative sulla salute dell’uso delle sigarette e la dipendenza che il fumo generava. Allora erano quattro le società coiinvolte – Philip Morris, R.J. Reynolds, Brown & Williamson e Lorillard – e 46 gli stati americani dalla parte dell’accusa. Il processo si è concluso nel 1998 con un accordo di pagamento di 206 miliardi di dollari come risarcimento e con la decisione di sospendere il marketing sul fumo. Da lì in poi la percezione sociale delle sigarette è drasticamente cambiata. «Questo è il punto di partenza della nostra lotta contro i social media, dove la società stabilirà nuove aspettative e standard su come le aziende di social media possono trattare i nostri figli», aveva spiegato Joseph VanZandt, uno dei principali avvocati che sta preparando il processo a Los Angeles.
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18 febbraio 2026 ( modifica il 18 febbraio 2026 | 21:26)
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