BRUXELLES «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente?». L’iconico grattacapo di Nanni Moretti in “Ecce Bombo” tiene impegnate da giorni le diplomazie europee, alle prese con la scelta di mandare oppure no dei propri emissari – e se sì, con quale grado – alla riunione inaugurale del “Board of Peace” voluto da Donald Trump e in programma oggi a Washington. L’obiettivo immediato è gestire la ricostruzione della Striscia di Gaza – per cui il presidente Usa ha già annunciato lo stanziamento di 5 miliardi di dollari da parte dei membri del “Board” -, ma nelle intenzioni di Trump il consiglio, da lui presieduto a vita, ambisce a diventare «l’organismo internazionale più incisivo della storia». La Casa Bianca ci crede e ieri ha esplicitamente criticato il Vaticano per la scelta di non essere presente. «È profondamente spiacevole» ha detto Karoline Leavitt, la portavoce di Trump aggiungendo: «La pace non dovrebbe essere una questione di parte, politica o controversa».
Malumori e la Casa Bianca attacca il Vaticano
Il rischio che il Board rivaleggi con le Nazioni Unite e ne metta a repentaglio il ruolo globale è tra le ragioni principali dei forti mal di pancia tra le cancellerie Ue. L’Europa fa l’Europa e, insomma, arriva piuttosto divisa all’appuntamento: circa la metà dei governi dei Ventisette (e la stessa Commissione Ue) dovrebbero schierare dei propri rappresentanti all’evento, anche se alcune conferme di peso potrebbero arrivare solo all’ultimo. Gli altri – Francia in testa – si terranno alla larga dalle sale del “Donald J. Trump Institute of Peace”. Per l’Italia ci sarà, in veste di osservatore, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani perché il nostro Paese «è sempre stato protagonista nell’area del Mediterraneo e non possiamo non essere parte di una strategia che dovrà vederci ancora in prima linea». Al netto dei dubbi di costituzionalità che impediscono un ingresso a pieno titolo nel “Board”, la scelta del governo di partecipare è coerente, ha ricordato il capo della Farnesina, con quanto deciso dalla Commissione. Ursula von der Leyen ha declinato l’invito ed esternato i dubbi su governance, statuto e inclusione di Russia e Bielorussia, ma l’esecutivo Ue oggi sarà comunque a Washington con la commissaria al Mediterraneo, la croata Dubravka Šuica, come osservatrice. Una scelta che non ha convinto la Francia, il cui ambasciatore ha contestato ieri pomeriggio l’invio di Šuica «senza alcun mandato» e senza averlo prima concordato con gli Stati.
Chi va
Oltre a Viktor Orbán (l’Ungheria è l’unico Paese Ue ad aver aderito pienamente al “Board”, insieme alla Bulgaria anch’essa oggi presente), a Washington si farà vedere un secondo leader, il presidente della Romania Nicusor Dan, centrista. Ad affiancare Tajani in veste di osservatori, altri due ministri degli Esteri: Petr Macinka, per la Repubblica Ceca, e Constantinos Kombos, per Cipro, Paese che ha al momento la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, ma che parteciperà alla riunione per via dell’attivismo regionale sugli aiuti a Gaza, da cui dista meno di 400 chilometri. Per la Grecia ci sarà il viceministro degli Esteri Haris Theoharis, mentre la Polonia manderà il consigliere per la politica estera Marcin Przydacz. Paesi Bassi, Finlandia e Austria potrebbero inviare i loro ambasciatori negli Stati Uniti. Una scelta di basso profilo ma dialogante per cui potrebbe optare, all’ultimo, la Germania, sebbene non ci siano ancora conferme, e fuori dall’Ue pure il Regno Unito. Una mossa che includerebbe Berlino e Londra tra gli osservatori, lasciando di fatto solo Parigi fuori tra i “big”.
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