di
Giovanni Bianconi e Monica Guerzoni

Il riferimento, senza fare nomi, alle parole del Guardasigilli Nordio

La moral suasion era nell’aria da giorni, ma pochi nel mondo politico e giudiziario si aspettavano il «blitz» a una riunione del Consiglio superiore della magistratura, e i toni severi usati dal capo dello Stato. Quanto grave sia per Sergio Mattarella lo scontro istituzionale che infiamma la campagna referendaria — arrivando a coinvolgere l’organo di autogoverno delle toghe che presiede — lo ha sottolineato lui stesso, ricordando che in undici anni di Quirinale mai aveva presenziato ai «lavori ordinari» del Csm. Se lo ha fatto, è perché ha avvertito la necessità e l’urgenza di porre un argine per ripristinare, prima che sia tardi, gli equilibri democratici e costituzionali.

L’annuncio è arrivato al vicepresidente Fabio Pinelli di primissima mattina. E quando è stato diramato agli altri consiglieri, qualcuno che era già uscito di casa è dovuto tornare indietro per cambiarsi d’abito e indossare quello da cerimonia, più consono a un incontro col capo dello Stato. Ma le sorprese non erano finite, perché non era certo che Mattarella prendesse la parola. Poteva limitarsi a presiedere una parte della seduta, e sarebbe stato già un segnale importante; o affidarsi a una nota informale, come quando due settimane f a invitò tutti a «rispettare la Cassazione e le sue decisioni».



















































Invece è andato oltre; è arrivato e ha parlato. Meno di due minuti, ma con un discorso chiarissimo a difesa dell’istituzione, invocando rispetto, «particolarmente da parte delle altre istituzioni». Tutti hanno capito che si riferiva al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Non ne ha fatto il nome ma era impossibile non associare il richiamo del presidente all’accusa di «sistema para-mafioso» mossa al Consiglio dal Guardasigilli. L’hanno capito anche i membri laici del centrodestra, nonostante abbiano subito sottolineato che Mattarella — il cui fratello Piersanti fu assassinato dalla mafia — parlava a tutti, magistrati compresi. «È un intervento equilibratore rivolto a ciascun attore della campagna referendaria», afferma il consigliere Felice Giuffrè, mandato al Csm da FdI; e la sua collega (anche di schieramento) Isabella Bertolini iscrive tra i destinatari anche il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che «ha offeso i cittadini che voteranno Sì».

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Ma Gratteri non parlava di Csm, mentre il capo dello Stato ha voluto fare da scudo proprio all’organo di autogoverno. Certamente non esente da «difetti, lacune ed errori», ma che «rimane e deve rimanere estraneo a temi e controversie di natura politica». Dunque il problema nasce da chi ce lo tira dentro; e l’ha detto «più che nella funzione di presidente di questo Consiglio, come presidente della Repubblica». Una precisazione da cui si deduce che quella di Mattarella non è stata un’autodifesa, bensì una difesa istituzionale. Per stoppare la delegittimazione del Csm, organo di rilievo costituzionale, il presidente ha tracciato una linea di confine. Non attacca il governo, non si schiera, non scende in campo per una parte o l’altra, ma avverte che oltre un certo limite non si può e non si deve andare. Per due volte il capo dello Stato l’appello al «rispetto vicendevole»: una sorta di avvertimento, quasi un ultimo avviso.

Com’è nel suo stile da oltre due lustri, il presidente non si è fatto sentire a botta calda. Ha aspettato e taciuto, lasciando filtrare soltanto un’«attenzione preoccupata» e cercando nell’agenda l’occasione giusta per chiedere ai due fronti di abbassare i toni. Ieri fonti parlamentari sostenevano che a far traboccare il vaso quirinalizio sarebbe stato il video con cui la premier Meloni è tornata ad attaccare i magistrati. Ma questa interpretazione sul Colle non trova conferme, né di merito, né di calendario: erano giorni che Mattarella aveva maturato la necessità di una «messa a punto». È stata l’ultima bordata di Nordio a portare lo scontro dal piano politico a quello istituzionale, e a convincere il capo dello Stato a spiazzare tutti presentandosi — per la prima volta in 11 anni di mandato — a una seduta ordinaria del Csm.

Comprensibile la soddisfazione di Pinelli, che da vicepresidente (e presidente della Sezione disciplinare del Consiglio, tra i bersagli preferiti della campagna referendaria a favore del Sì), si era già contrapposto ad alcune dichiarazioni del Guardasigilli sul presunto lassismo dei giudizi disciplinari che la riforma costituzionale sottrae al Csm. Per lui le parole di Mattarella sono suonate come un pubblico attestato di condivisione della sua linea di condotta. Ovvia la soddisfazione di tutti i togati. Alcuni tra loro auspicavano una presa di posizione del Quirinale, ed erano rimasti in silenziosa attesa per non fornire ulteriori pretesti a chi mira alla delegittimazione del Csm. Per altri la sorpresa più grande è arrivata dalla nettezza del richiamo presidenziale. Rivolto soprattutto, nell’interpretazione dei magistrati, all’esterno di palazzo Bachelet.


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19 febbraio 2026 ( modifica il 19 febbraio 2026 | 07:43)