Qual è l’età minima per stare sui social? E per navigare in Rete e possedere uno smartphone? Chi l’ha decisa, quando e perché? Ma soprattutto, cosa possiamo fare oggi per proteggere davvero giovani e giovanissimi? Ecco la prima puntata di una serie che proverà a rispondere a questa domanda. Da martedì 24 sarà online la seconda puntata

«Prima che i bambini cedano inconsapevolmente
le proprie informazioni personali,
i genitori dovrebbero avere voce in capitolo.
Quindi oggi chiedo al Congresso di approvare una legge
che dia ai genitori il diritto di dire sì o no
prima che vengano raccolte informazioni
dai bambini di età inferiore ai tredici anni».
Conferenza stampa del vice presidente degli Stati Uniti Al Gore
Casa Bianca, Roosevelt Room, 31 luglio 1998

All’inizio del 2026, anno ventesimo dell’Era Social, nel sacrosanto tentativo di porre un argine allo strapotere di Donald Trump, i leader occidentali, non potendolo spaventare sul piano militare e non volendolo sfidare su quello commerciale, hanno cercato di colpirlo in uno dei pochi punti davvero deboli del presidente americano: gli algoritmi dei social network e i loro effetti nocivi sugli adolescenti



















































Si tratta di un punto oggettivamente debole perché è un argomento che nel mondo unisce democratici e repubblicani, liberali e conservatori, socialisti e popolari. Andare contro questa tesi vuol dire mettersi contro gran parte dell’opinione pubblica. Vuol dire passare per uno che preferisce difendere i profitti delle grandi aziende tech della Silicon Valley (divenute col tempo supine alleate e complici di Trump, peraltro), rispetto alla salute mentale dei nostri ragazzi. Una posizione oggettivamente insostenibile anche per questo presidente degli Stati Uniti che del politicamente corretto se ne infischia.

La ragione di questo consenso pressoché unanime è semplice: lo vedono tutti benissimo cosa sta capitando alla Generazione Z, il picco di ansia, depressione, solitudine che si registra ad ogni latitudine da alcuni anni. Da quanti esattamente? Da quando ci sono i social, più o meno; anzi, da quando gli algoritmi dei social sono stati modificati per far leva sulle nostre vulnerabilità in modo da tenerci connessi più a lungo (e garantire alle aziende tech profitti maggiori). Sugli adulti, come è noto, questa strategia commerciale ha causato, tra le altre cose, il dilagare del populismo grazie alla sublimazione della rabbia quale motore universale della politica; ma visto che sarebbe stato impossibile – o altamente impopolare – porre dei limiti all’uso dei social per i più grandi, ci si è concentrati sui più giovani. Anzi, sui giovanissimi che, tra l’altro, ancora non votano. Un’operazione apparentemente più facile e a rischio elettorale zero.

Ma fino a quando si è giovani? E quando si smette invece di essere bambini? Sul punto come vedremo c’è una notevole confusione verbale, soprattutto nel mondo anglosassone dove a volte con le parole kids e children ci si riferisce indifferentemente ai bambini e agli adolescenti, come se non ci fosse una differenza abissale. Nel frattempo la parola d’ordine è diventata: vietare i social fino a 15 o, meglio, fino a 16 anni. Una bella stretta, era ora. 

Lo ha già fatto l’Australia; lo stanno facendo Francia e Spagna; nel Regno Unito è in corso una consultazione pubblica che prelude ad un intervento del governo; mentre in Italia c’è una proposta di legge che vede insieme il Partito Democratico e Fratelli d’Italia, ma sul punto è d’accordo persino la Lega. Un mezzo miracolo. 

Ma siamo sicuri che sia la scelta giusta? Siamo sicuri che non si tratti di un comprensibile, ma non per questo meno sbagliato, “fallo di reazione”? Siamo sicuri che non sia un modo facile per placare il panico che come genitori avvertiamo per una situazione che ci è evidentemente sfuggita di mano? E ancora: siamo sicuri che una norma di questo tipo, lungi dal proteggere i primi anni dell’adolescenza dalla tossicità dell’engagement, non rischi invece di far apparire come dei paladini della libertà i tecno-miliardari americani? Ci manca solo questo in effetti: fare di Mark Zuckerberg e di Elon Musk dei supereroi. Se finisse così, sarebbe un bel disastro.

La vicenda insomma è delicata, la posta in palio altissima e le semplificazioni eccessive non aiutano. Per questo è necessario riavvolgere il nastro dall’inizio e cercare di capire come si è arrivati fin qui e quale può essere l’unica uscita di sicurezza possibile.

Intanto va notato che l’età minima per stare sui social venne stabilita per la prima volta in un periodo in cui i social neanche esistevano. Neppure come idea. Era l’ottobre 1998: Larry Page e Sergey Brin, i due fondatori di Google, erano appena entrati nel garage-ufficio di Menlo Park da dove avevano messo online il primo prototipo del motore di ricerca che di lì a poco avrebbe conquistato il mondo. Ma nessuno poteva prevederlo. Di tutte le dot.com dell’epoca (dot.com era il modo con cui venivano chiamate le nuove aziende basate sui servizi di un sito web), l’unica che sarebbe sopravvissuta al crash finanziario del 2000 era Amazon che era sì in forte crescita, ma non ancora un gigante: vendeva soltanto libri, aveva un fatturato mille volte inferiore all’attuale e faceva zero profitti. Zero. Per dare l’idea di cosa stiamo parlando, giova ricordare che a quel tempo quando invitavano in televisione il fondatore, Jeff Bezos, lo trattavano come un tipo strampalato che non aveva davvero capito come fare soldi e quando glielo dicevano lui rideva sempre. Rideva della nostra ignoranza dei meccanismi del digitale, oggi lo sappiamo.

Tra i tanti annunci roboanti che arrivavano ogni giorno dalla Silicon Valley era passato inosservato un fatto importante. Nel 1994 un ingegnere di 23 anni, Lou Montulli, aveva inventato un sistema per registrare i dati degli utenti durante la navigazione: era un software e lo aveva chiamato “cookie”, biscottino. Dal nome si capiva che era una cosa buona insomma: doveva soltanto evitare che in rete ogni volta compilassimo daccapo i nostri dati accedendo a un servizio. Ma come sappiamo oggi i “cookies” sono tantissimi, sono ovunque in rete, ci seguono nelle nostre scelte e sono uno degli strumenti che consente la nostra profilazione. Allora però sembrava tutto bellissimo, innocuo e abbastanza magico.

L’entusiasmo per il digitale era davvero travolgente ma una svolta era necessaria. Nel maggio 1998, alla cerimonia per la consegna dei diplomi della New York University, il vice presidente degli Stati Uniti Al Gore – quello che è passato alla storia per aver “inventato Internet”, solo perché è stato il primo leader politico ad occuparsene seriamente – aveva pronunciato un discorso importante. Aveva detto fra l’altro: «Abbiamo bisogno di una Carta dei diritti dell’era digitale. Dovremmo avere il diritto di scegliere se le nostre informazioni personali vengono divulgate; di sapere come, quando e in che misura tali informazioni vengono utilizzate; e avere il diritto di vederle, per sapere se sono accurate». Era la prima volta, forse, che si parlava di privacy in un discorso politico. Qualche mese più tardi, in una conferenza stampa alla Casa Bianca, all’elenco dei diritti, Gore aveva aggiunto il tema dei bambini: «Chiedo al Congresso di approvare una legge che dia ai genitori il diritto di dire sì o no prima che vengano raccolte informazioni dai bambini di età inferiore ai tredici anni». In questo scenario il Congresso americano aveva effettivamente approvato il Children’s Online Privacy Protection Act (il COPPA); il presidente Bill Clinton lo aveva controfirmato il 21 ottobre e la Federal Trade Commission si preparava a renderlo esecutivo entro l’anno 2000.

La pietra angolare di questa storia, quella da cui sono discese infinite conseguenze, venne posta allora e senza che ci fosse una vera consapevolezza delle implicazioni. Senza che venissero coinvolti pedagoghi o psicologi dell’età evolutiva per determinare l’età migliore. Un po’ a caso. Il COPPA faceva parte di un provvedimento legislativo molto più ampio che teneva assieme norme fiscali, fondi per la scuola e per la sicurezza sociale. E infatti non c’era stato uno straccio di dibattito su quale fosse l’età minima per stare sul web

Vi si stabiliva soltanto che i siti web e i servizi online «debbano ottenere il consenso verificabile dei genitori prima di raccogliere informazioni personali da bambini di età inferiore ai 13 anni». Insomma era una norma che creava una tutela – blanda e inefficace come vedremo – soltanto per i minori di quell’età, lasciando tutti quelli al di sopra senza regole. Di fatto sanciva – distrattamente, ma in maniera chiarissima -, il principio che il web era una cosa adatta ai teenager. Senza limiti.

In realtà uno dei promotori della legge, il senatore del Massachusetts Ed Markey, inizialmente aveva proposto 16 anni come età minima ma alla fine il Congresso aveva deciso che 13 anni potevano bastare. Nel 2019, intervistato dal Wall Street Journal in un momento in cui la percezione dei danni dei social aveva iniziato a cambiare radicalmente, Ed Markey si giustificherà così: «Lo sapevo benissimo che 13 anni per stare in rete erano troppo pochi, ma quel compromesso era il massimo che riuscii a ottenere». 

In assenza dei social, che non esistevano, contro la proposta del senatore democratico si erano schierate due organizzazioni di categoria: la Online Privacy Alliance e la Direct Marketing Association. L’idea di fondo non era proteggere o, al contrario, sfruttare i bambini online quanto piuttosto liberare la crescita dell’economia di Internet (la new economy) dal peso di una norma che avrebbe implicato controlli e verifica dell’età degli utenti, un processo che era costoso e complesso da implementare. Meglio fatturare tanto e subito. E che questo fosse il movente lo dimostra un dato: da lì in poi non è stato fatto nulla. ma proprio nulla. Nessun controllo, nessuna verifica dell’età, tanto non c’erano sanzioni per chi contravveniva.

I 13 anni quale età minima sono così diventati un simulacro di protezione adottato da tutti i fornitori di servizi digitali nei “termini di servizio”, da YouTube a Facebook, da Instagram a Tik Tok, con una leggerezza forse inevitabile ma, vista oggi, abbastanza spaventosa. Era l’inizio del Far West digitale che poi avremmo chiamato Far Web. In quel tempo l’Europa sul tema dormiva: ci avrebbe messo più di un decennio a capire che qualcosa di profondo stava cambiando. 

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19 febbraio 2026 ( modifica il 19 febbraio 2026 | 07:37)