La 25enne australiana in un’intervista: “Ho ricevuto commenti sui social in cui mi davano della ‘grassa’ o dell’‘uomo’. Vedo in prima persona come vengono trattati i tennisti gay”

Martina Sessa

19 febbraio – 12:09 – MILANO

Destanee Aiava non ha ancora smesso di raccontare la sua storia. Nel giorno di San Valentino, la 25enne australiana ha pubblicato sui social una lunga lettera per annunciare il ritiro dal tennis. Parole forti, che hanno colpito per la loro durezza: il tennis è stato descritto come un “fidanzato tossico”, mentre la cultura che lo circonda è stata definita “misogina, razzista e omofoba”. Ora Aiava, attuale numero 230 del mondo e all’ultima stagione della sua carriera, ha scelto di approfondire quelle dichiarazioni in un’intervista rilasciata a Clay, raccontando episodi concreti vissuti nei tornei e nel circuito che l’hanno spinta a una decisione così drastica.

insulti—  

“Quando ero piccola, ai tornei c’erano genitori di altri tennisti che mi chiamavano ‘uomo’ o ‘scimmia’”, ha spiegato. Offese che non si sono fermate ai campi da gioco, ma che hanno trovato eco anche online: “Ho ricevuto commenti sui social in cui mi davano della ‘grassa’ o mi definivano come ‘uomo’”. Un clima che, secondo l’australiana, colpisce anche altri atleti: “Vedo in prima persona come vengono trattati i tennisti gay. Per me è importante difenderli”. Aiava chiarisce, infatti, che il post pubblicato su Instagram non è stato un semplice annuncio né uno sfogo, ma un atto consapevole. “Non volevo parlare solo per me stessa. Spero davvero di essere d’ispirazione per chi si trova in una situazione simile alla mia”, ha sottolineato.

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razzismo—  

Il suo rapporto con il tennis, ammette, non è mai stato sereno: “Non c’è stato un solo momento in cui mi sono sentita parte di questo sport a causa del mio colore della pelle. Per noi sarà sempre più difficile: questa è la realtà”. Un legame reso ancora più complesso, aggiunge, dalle dinamiche interne al circuito femminile. Secondo Aiava, a differenza degli uomini, capaci (a suo dire) di accantonare la rivalità pochi minuti dopo la fine di un match, tra le donne la competizione tende a protrarsi oltre il campo. “Tutti competono tra loro, ma tra le donne è diverso. Mi sembra che facciamo più fatica a mettere da parte la rivalità”. E la critica riguarda soprattutto l’atmosfera negli spogliatoi: “Non ho vissuto episodi diretti di razzismo lì dentro, ma tutti parlano solo alle spalle degli altri. Questo è il motivo per cui si crea un ambiente ostile, perché tutti ti parlano dietro e poi ti sorridono in modo falso quando ti incrociano”.