di
Lara Sirignano

Il presidente del Tribunale: «Nessun intervento sulle politiche migratorie, ma semplice risarcimento per inadempienza di chi doveva rispondere. Contro di noi invettive»

A scatenare l’ultima polemica, a poche ore dall’invito del Capo dello Stato ad abbassare i toni, è stata una sentenza su un tema caldo tanto quanto quello della giustizia: l’immigrazione.  Una giudice, ritenendo illegittimo il fermo di quasi 5 mesi imposto a una sua nave. L’imbarcazione venne sequestrata e mai «rilasciata», nonostante i legali dell’organizzazione avessero chiesto la revoca del provvedimento e in assenza di risposta della Prefettura di Agrigento si fosse in presenza di un silenzio-assenso. Le reazioni della politica non si sono fatte attendere: la premier Meloni ha parlato di un «premio a chi non rispetta la legge» e il leader della Lega Salvini ha definito la decisione «incredibile».

Presidente Piergiorgio Morosini il suo tribunale, ieri, ha condannato lo Stato a risarcire la ong Sea Watch (ndr).
«Vorrei esprimermi innanzitutto sul tema centrale di questa sentenza, una sentenza che non riguarda alcuna valutazione di carattere politico né interviene su scelte di indirizzo in materia di immigrazione e sicurezza. È una questione squisitamente tecnica di tutela del patrimonio sulla quale la destinazione e l’utilizzo della nave non hanno alcuna rilevanza».



















































Ci spieghi meglio.
«L’amministrazione pubblica ha tenuto ferma una nave nonostante il sequestro fosse venuto meno e ha lasciato senza risposta l’organizzazione che ne chiedeva la restituzione. La giudice del tribunale che presiedo ha ritenuto tale comportamento non conforme alla legge e di conseguenza ha stabilito il risarcimento delle spese sostenute durante la sosta della imbarcazione, senza titolo, nel porto: costi portuali, per la fornitura dell’acqua corrente, benzina per mantenere la nave attiva…».

L’ong aveva chiesto anche il risarcimento dei danni morali.
«Sì e la giudice ha escluso qualsiasi danno all’immagine o relativo all’interruzione all’attività di soccorso in mare della Sea Watch. Per spiegare la cosa ancora meglio: è come il caso della sopravvenuta inefficacia di un sequestro amministrativo di un’auto in seguito ad un illecito stradale. Il legittimo proprietario chiede poi la restituzione del veicolo e l’amministrazione gliela nega senza motivazione. A quel punto però l’amministrazione non può pretendere di fargli pagare le spese per la custodia della vettura trattenuta illegittimamente. Comunque la questione dello speronamento da parte della Sea Watch della motovedetta della Guardia di Finanza non ha nulla a che vedere con la pronuncia del tribunale di Palermo».

Difendendo il lavoro della giudice che ha emesso il provvedimento, ieri lei ha distinto tra il diritto, sacrosanto, di critica del lavoro della magistratura e la denigrazione. Qual è il confine ?
«L’esercizio del diritto di critica si esprime evidenziando la contraddittorietà di passaggi della motivazione dei provvedimenti o segnalando la violazione di norme specifiche richiamate dal giudice. Non mi pare che sulla sentenza oggetto delle invettive sia avvenuto questo. Non credo che etichettare il giudice come non imparziale solo sulla base di un dispositivo non gradito o magari neppure conosciuto sia esercizio del diritto di critica».

Come risponde a chi accusa la magistratura di ostacolare l’azione del governo per contrastare l’immigrazione clandestina?
«La questione dell’immigrazione è molto delicata e ogni uomo delle istituzioni deve comprendere le difficoltà dei Governi nell’affrontare temi che riguardano la sicurezza pubblica e la difesa dei confini. Naturalmente noi siamo in una democrazia costituzionale e quindi le determinazioni dell’Esecutivo o del Parlamento vanno adottate nella cornice costituzionale e delle norme sovranazionali. E i giudici possono essere chiamati a verificare la correttezza dell’operato delle istituzioni politiche».

Sono ormai decenni che assistiamo a uno scontro, dai toni più o meno accesi a seconda dei momenti, tra politica e magistratura, con quest’ultima accusata di sconfinare senza avere la legittimazione popolare. Ritiene che i magistrati debbano fare un passo indietro?
«Ancora una volta, in una democrazia costituzionale, e quindi non solo con riferimento all’Italia, possono fisiologicamente manifestarsi punti di crisi tra indirizzi politici che si presentano o si presumono assistiti da forte consenso sociale e valori ricavabili da norme costituzionali o euro-unitarie. Il giudice a differenza del politico o dell’amministratore, se viene interpellato da un privato cittadino o da un gruppo di persone, ha il dovere di decidere e non può sottrarsi. Ciò che viene definito da alcuni come conflitto in realtà è la fisiologica dialettica tra diverse istituzioni».

Non crede che la sentenza sia stata strumentalmente usata per la campagna referendaria? Alla magistratura viene attribuita l’assenza di sicurezza nel Paese, l’immigrazione incontrollata, mali che, si sotiene, la riforma Nordio potrebbe correggere…
«Ricordiamo innanzitutto che, ogni giorno, nel Paese vengono emessi centinaia di provvedimenti giudiziari che riguardano la sicurezza nelle città e la risposta al crimine organizzato, anche con riferimento ai gruppi che sfruttano l’immigrazione clandestina. Tornando alla sentenza di Palermo, mi pare che le reazioni siano figlie del clima di tensione che sta maturando con la campagna referendaria. Mi chiedo se le dichiarazioni aggressive aiutino i cittadini a comprendere il merito della riforma su cui si dovranno pronunciare».

Lei si è espresso per il no al referendum, cosa non le piace della riforma anche in forza della sua esperienza da consigliere del Csm?
«Non mi piace perché cambia la fisionomia dei rapporti tra politica e magistratura. Non esistono formule magiche o scorciatoie istituzionali per recuperare credibilità quando sono in gioco ragioni etiche, ma dobbiamo ricordare che nel 2022 la magistratura, in collaborazione con avvocatura e mondo accademico, ha formulato proposte per introdurre anticorpi a certe degenerazioni che conosciamo e per questo è stata approvata, lo stesso anno, la legge Cartabia che dà una nuova impronta al sistema elettorale del Csm, ai criteri di selezione per gli incarichi direttivi e semi-direttivi, alle valutazioni di professionalità e agli illeciti disciplinari. Ricordo che questa legge è stata votata anche dalla Lega e da Forza Italia. Poi senza neppure verificare l’impatto di quelle soluzioni, la riforma costituzionale Meloni-Nordio ha proposto una modifica che sta spaccando il Paese».

Qualcuno ha detto che anche magistrati come Giovanni Falcone si sono detti favorevoli alla separazione delle carriere.
«Non voglio iscrivermi al club di quelli che si vogliono appropriare dei pensieri e delle parole di eroi che sono morti per fare il loro dovere».

Lei lavora da sempre a Palermo, realtà in cui i magistrati hanno pagato con un prezzo altissimo il loro impegno per la legalità. Siamo passati dai cortei e le solidarietà, anche della politica, all’invocazione dei test psicoattidunali per le toghe. Ritiene che in questo evidente calo di popolarità ci siano responsabilità anche della magistratura?
«Non sono mancate responsabilità all’interno della magistratura ma vorrei ricordare che, anche in casi come quello dell’hotel Champagne, sono stati gli stessi magistrati a fare emergere le negatività di alcuni colleghi e che il nostro sistema di responsabilità disciplinare è riconosciuto a livello europeo come uno dei più rigorosi. L’affermazione secondo cui le toghe non pagano quando sbagliano è falsa».


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19 febbraio 2026 ( modifica il 19 febbraio 2026 | 12:59)