di
Lorenzo Giliberti
L’attrice (Cristal nel film), 18 anni, racconta le emozioni vissute durante le riprese. «Tante improvvisazioni, con lui è tutto più facile»
Letizia Arnò, giovane protagonista di Buen Camino, si racconta tra radici pugliesi, identità e sogni che guardano lontano. E ripercorre l’esperienza sul set accanto a Luca Medici, in arte Checco Zalone, l’intensità del rapporto padre-figlia al centro del film e le emozioni vissute sotto i riflettori a soli diciotto anni. Tra maturità, autenticità e ambizioni internazionali, emerge il ritratto di un talento consapevole, capace di restare sé stessa anche nel successo.
In Buen Camino quanto è presente la pugliesità?
«Innanzitutto nella comicità di Checco, diverso rispetto al passato, ma la sua essenza pugliese resta sempre percepibile. Poi nei dialoghi tra Luca e Gennaro (il regista Gennaro Nunziante, ndr) il dialetto era spontaneo, anche fuori scena parlavano in barese. L’elemento pugliese era costante. A cena Luca improvvisava barzellette inventate sul momento: con lui non ci si annoia mai».
Quanto conta l’appartenenza geografica per recitare?
«Tanto. Sono cresciuta a Roma ma ho radici del Sud: mamma siciliana e papà pugliese. Ogni estate torno in quei luoghi che collego alla famiglia. Avere un’identità chiara aiuta anche nel lavoro: se sai chi sei, riesci a entrare e uscire dal personaggio con più equilibrio. Le origini sono il primo modo in cui impariamo a stare nel mondo».
La comicità di Zalone nasce dal contrasto tra sentimento di provincia e mondo globale. Si è sentita parte di questo scontro?
«Anche questo film ha una forte profondità. All’inizio il personaggio è superficiale e materialista, incapace di costruire un rapporto con la figlia. Poi emerge il tema universale del legame genitore-figlio e delle difficoltà di comunicazione. Si affrontano anche questioni delicate, sempre con sensibilità e intelligenza, che sono caratteristiche di Luca».
I conflitti tra Checco e Cristal li ha rivisti nella sua vita?
«Vengo da una famiglia dialogante, però la distanza generazionale esiste. I genitori cercano di aiutare con la loro esperienza; i figli vogliono essere compresi nel presente. Frasi come “quando sarai grande capirai” nascono dall’affetto, ma chi è giovane sente il bisogno di fare le proprie esperienze».
C’è una parte di Letizia che ha dovuto spegnere per fare Cristal?
«La mia parte più timida e riservata. In scena devi sentirti libera. Cristal è esplosiva e piena di sfumature: è sensibile ma si nasconde dietro un’aggressività che non le appartiene del tutto».
E invece un lato di Letizia che ha facilitato l’essere Cristal?
«Le scene di rabbia. Mi permettevano di liberarmi, entrando nel sentimento del personaggio e dimenticando insicurezze e macchina da presa. Paradossalmente sono state le più divertenti».
Momenti divertenti durante la produzione?
«Tantissimi, soprattutto grazie alle improvvisazioni di Luca. Ricordo una scena con Alberto in cui inventò una battuta non prevista: ridevo dietro al monitor e poi ho riso ancora di più al cinema. Molto è nato sul momento».
Momenti spiacevoli?
«Sul set no. Dopo l’uscita del film sì: rendendo pubblico il mio profilo ho ricevuto commenti molto cattivi, anche verso la mia famiglia. Quando diventi visibile devi mettere in conto le critiche, ma a volte si dimentica che prima di essere Cristal sono una ragazza di diciotto anni».
Per il suo futuro, teme che Cristal diventi l’immagine eterna di Letizia?
«Spero di sperimentare generi diversi, ma se anche restasse l’etichetta di Cristal, ne sarei grata».
Il suo più grande sogno?
«Continuare a lavorare, spaziando tra dramma, film d’epoca, thriller, commedie e teatro».
Alzi un pochino l’asticella…
«Mi piacerebbe lavorare anche all’estero, magari nell’industria americana o in produzioni spagnole. Amo le lingue e mi affascina l’idea di sperimentare in contesti diversi, anche in un horror. Amo Stranger Things: sarebbe bello far parte di un progetto con quell’energia».
Avete fatto il cammino di Santiago, come spiegherebbe la comicità di Checco ad uno spagnolo?
«È una comicità universale ma sensibile. Fa ridere anche su temi delicati senza offendere, ed è questo che la rende intelligente e profonda».
Ci dice la sua sul messaggio di Buen Camino?
«Il messaggio più bello è che il cambiamento è possibile: un padre può fare miracoli se lo vuole davvero, e il rancore non è mai la soluzione».
Dica qualcosa sull’uomo Luca Medici.
«È una persona attenta ed empatica. Lui e Gennaro formano una coppia speciale. Ascolta molto, osserva, capisce subito se qualcosa non va. È stato anche un punto di riferimento. Sa alternare leggerezza e profondità. A chi lavorerà con lui posso dire che è impossibile annoiarsi e che sa metterti a tuo agio immediatamente. Non è una qualità scontata».
Vai a tutte le notizie di Bari
Iscriviti alla newsletter del Corriere del Mezzogiorno Puglia
19 febbraio 2026 ( modifica il 19 febbraio 2026 | 14:08)
© RIPRODUZIONE RISERVATA