Firenze, 20 febbraio 2026 – Visione e coraggio. Due parole architravi di sviluppo ma che – a detta di Luca Dini, titolare della Luca Dini Design&Architecture, che lavora con il suo studio a progetti in mezzo mondo e di recente ha elaborato il piano di rigenerazione urbana per la disastrata via Palazzuolo – sono assenti dal vocabolario fiorentino.

Dottor Dini, gli avvisi di garanzia per il caso ’Cubo nero’ hanno scatenato in città un vivace dibattito sull’urbanistica.

«Mi faccia premettere una cosa. A Firenze il dibattito sul tema del nuovo c’è sempre stato. Ogni volta che si rompe lo status quo partono grandi discussioni. Vede, io lavoro quasi esclusivamente all’estero e ho un osservatorio privilegiato».

Lontani dal Cupolone si litiga meno?

«Molto meno. All’estero ci sono regole chiare e si ha un obiettivo. E soprattutto si chiede una prospettiva non autoreferenziale ma di servizio per la gente».

Il ’cubo nero’ di corso Italia, sorto sulle ceneri dell’ex Teatro Comunale: l’opera ha sollevato un vespaio di polemica in città

Il ’cubo nero’ di corso Italia, sorto sulle ceneri dell’ex Teatro Comunale: l’opera ha sollevato un vespaio di polemica in città

Ci spieghi meglio.

«Vede, molti colleghi nei loro progetti spesso tendono ad autocompiacersi perdendo di vista quella che è la vera missione e cioè servire la popolazione. Molti pensano più a lasciare una traccia. Io, mi passi il termine, sono più ’cucinelliano’, credo che noi dobbiamo essere dei custodi pro tempore».

Il Cubo nero è un disastro?

«Guardi, io non riesco ad essere contro quel tipo di intervento lì. E’ nel contesto in cui è calato che proprio non funziona. E questo dispiace».

Ma cosa è andato storto?

«Serviva più sintonia. Non è sbagliata l’idea, ma i materiali. L’estetica è cosa seria, non è solo fine a se stessa, soprattutto in una città rinascimentale come Firenze. Io prima di dare l’ok avrei detto: “Mi fate vedere ogni tipo di finitura“. Magari se invece di materiali scuri ci fossero stati degli specchi avrebbero potuto riflettere il cielo, le nuvole, i tetti…».

Ascoltando varie voci si ha come la sensazione che Firenze non abbia più gli strumenti per reggere le pressioni dei grandi gruppi finanziari.

«Può essere vero, ma le pressioni ci sono in tutto il mondo. Sa cosa manca qui? La visione. Io giro il mondo. In Arabia, così come in Cina o in Albania sanno bene cosa vorranno essere nel 2050. Firenze no».

La Nazione ha riportato la notizia dello stop al restyling del Parterre. Occasione persa?

«Non so se sia un’occasione persa, ma è sicuramente un dispiacere, come lo sono tutte quelle aree abbandonate della città. Perché alla fine cosa resterà lì? Il degrado. E il degrado chiama altro degrado. Noi con il lapis in mano abbiamo una responsabilità enorme, quella di pensare al benessere delle persone attraverso i nostri progetti. E allora dobbiamo parlare di questo, confrontandoci anche con le varie anime della città, non solo con i tecnici. Inoltre, l’uso del verde anche come parte estetica della città diventa oggi fondamentale non solo per combattere le isole di calore ma perché una città verde è sicuramente più bella di una città fatta di cemento».

Parlava di aree abbandonate.

«Prenda le Cascine. Nessuno ha una visione futura di questo parco meraviglioso che da anni non è più del tutto fruibile dalla popolazione. E io temo che ora, dopo la vicenda del cubo, Firenze si impaurisca ancora di più e si blocchi del tutto perdendo l’occasione di rinnovarsi nella tradizione».

Il progetto del Franchi le piace?

«All’indomani dell’aggiudicazione me ne dissero di tutti i colori perché affermai che per me aveva vinto il progetto più brutto. Fare uno stadio nuovo dentro uno stadio vecchio, mah… E comunque l’errore di base è un altro».

Ovvero?

«Uno stadio lì poteva andar bene nel 1930. Ma oggi andrebbe rivista la posizione per facilitare l’accesso senza paralizzare la città e un quartiere in particolare, quello del Campo di Marte, che in occasione delle partite si trova in ostaggio degli eventi sportivi. Guardi la chiusura di un ponticello come il Pino cosa ha causato al Campo di Marte: l’inferno».

Delle tramvie che ne pensa?

«Non sono contrario ma qui si è fatta un’operazione che è il contrario dell’immobilismo. Cioè si è deciso all’improvviso che da domani tutti i fiorentini debbano andare in bici o con i mezzi pubblici. Utopia. Non c’è stata chiarezza e allora torniamo al solito punto: la visione qual è? Perché è chiaro che il tram non è alternativo all’auto, basta vedere come già imbriglia il traffico. E allora devi dimostrarmi che la tramvia ha dei vantaggi enormi rispetto al mezzo privato e non che ci mette lo stesso tempo di una macchina per andare a Peretola».

Un intervento recente che le è piaciuto e uno invece che proprio non le è andato giù?

«Lo studentato in viale Belfiore sorge al posto di quella che era stata per anni una voragine piena di topi. Non commento l’estetica, ma almeno riqualifica l’area. Sul più brutto non ho dubbi: il tribunale. Un’architettura impossibile da coniugare con Firenze».