di
Natascia Festa

Vincitrice di un David di Donatello nel 1995, a gennaio dello scorso anno il Senato le aveva tributato un premio alla carriera. Quando Totò, improvvisando in scena, le baciò quasi il seno

Con un filo di trucco sulla pelle che i critici inglesi definirono alabastrina, lo sguardo intenso e lo spirito indomito fino agli ultimi giorni. È morta così Angela Luce, attrice e cantante che al cinema aveva lavorato con Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini e Totò. A Napoli, a 87 anni, si spegne una stella luminosa della canzone e del teatro. All’anagrafe Angela Savino, aveva fatto in tempo a ricevere in Senato (gennaio 2025) un premio alla carriera e a cantare sul sacrato del Duomo della sua città ricevendo il Premio San Gennaro. 
Nel suo lungo itinerario artistico ha recitato con Eduardo De Filippo che fu il suo maestro e ha ricevuto il David di Donatello nel 1995 per «L’amore molesto» di Mario Martone.  Nel 1975 arrivò conquistò al secondo posto al Festival di Sanremo con «Ipocrisia».

Al Corriere del mezzogiorno in una recente intervista aveva raccontato il suo debutto nel 1956, la cacciata dalla compagnia da parte di Eduardo perché s’era innamorata di un attore e il successivo trionfale ritorno nel 1977
Era orgogliosa che la definissero la «voce di Napoli» ma amava anche i suoi ruoli al cinema: ha lavorato infatti con i più grandi registi italiani da Pupi Avati, recitando in circa 80 film. Non si è mai sposata: fino all’ultimo ha ricordato il suo legame con Peppino Gagliardi. 



















































Di una bellezza mediterranea dirompente e con un talento naturale, potente, Angela Luce ha recitato accanto a grandi attori: Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Totò, Nino Manfredi, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio De Sica e Renato Pozzetto tra gli altri.
Tra i suoi successi musicali, tanti, il cult era “So’ Bammenella ‘e copp’ ‘e Quartieri” di Raffaele Viviani, nello spettacolo “Napoli notte e giorno”, diretto da Giuseppe Patroni Griffi e presentato al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Luchino Visconti le chiedeva di cantarla tra una scena e l’altra dei film in cui l’ha diretta

Iconica la scena in cui Totò quasi le bacia il seno in “Signori si nasce” del 1960. Si tratta di una improvvisazione come raccontò l’attrice, in cui il principe de Curtis, interpretando il barone Ravellino, sorprese l’attrice durante una visita di condoglianze. Davanti alla macchina da presa c’erano Totò e Peppino De Filippo. Lei era la fantesca di Pio Spinelli degli Ulivi; lui, il principe della risata. «Dovetti darmi un pizzicotto per non ridere», ricordava Luce. La scena è quella delle condoglianze. Totò, più basso di lei, avrebbe dovuto baciarle le guance. «Si trovò giusto all’altezza del décolleté e inventò lì per lì: smack, seno destro, seno sinistro» raccontò l’attrice. La troupe scoppiò a ridere. Lei, professionale, non disse nulla. Andò da Mattoli, timorosa: forse bisognava rifare? «Ma se è venuta benissimo, è un capolavoro! Entrerà nella storia del cinema». Aveva ragione. Con Totò non fece provini. «Sono Sagittario ascendente Cancro. Sono una donna fortunata». Aveva ventitré anni, era nella compagnia di Nino Taranto. Fu scelta “sulla carta” per tre film: oltre a «Signori si nasce», «Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi» e «Letto a tre piazze». Il primo incontro con Totò fu asciutto, quasi timido. «Principe, piacere». Lui, che vedeva poco, chiese all’aiuto regista Michele Lupo: «Miche’, com’è Angela?». «Una gran bella ragazza». «Tiene pure una bella voce». Quella voce diventò un rito. «Mi fai sentire l’odore di Napoli», le diceva Totò chiedendole di cantare una canzone partenopea durante le pause.

Con la morte di Angela Luce, scompare una delle ultime signore della scena napoletana, artista completa capace di attraversare ogni genere con la stessa naturalezza con cui, nell’ultimo incontro, rivendicava la propria età come un trofeo. «Ho 87 anni. Mica male, eh? Sono sempre stata bella, inutile nascondersi. La modestia è il paravento dei fessi, diceva mia madre». 
La pelle tonica «tutto naturale, nessun intervento».

La ragazza di via Mezzocannone

Angela Savino, figlia di un calzolaio e di una casalinga, nata in via Mezzocannone, diventò Angela Luce perché cantava. A quattordici anni partecipò alla Piedigrotta Bideri con “Zì Carmilì”. Il teatro arrivò quasi per destino: grazie a Ugo D’Alessio, approdò al San Ferdinando. Nel corridoio incontrò Eduardo De Filippo. Aveva preparato una poesia di Salvatore Di Giacomo e una di Federico Garcia Lorca. Eduardo la fermò prima ancora del provino: «Questa non ha bisogno di prove, è una forza della natura». Restò con lui quattro anni. «La vedi questa? È polvere sì, ma è sacra: è la polvere del palcoscenico». 
Pier Paolo Pasolini la volle nel «Decameron». «Non devi guardarmi così, mi sento scavato dentro», le disse intuendo la sua fame di imparare. E Peppino Patroni Griffi la scelse per “Napoli notte e giorno” dopo averla sentita cantare Bammenella. Infine Luchino Visconti la diresse ne “Lo straniero”. Anche lì nessun provino: «Li tengo per malaugurio» disse. Visconti la chiamava per nome, lei lo chiamava conte. E sulla spiaggia, tra un ciak e l’altro, le chiedeva ancora una volta di cantare. «Questa mia voce è stata un miracolo ed è ancora intatta a ottanta anni. Io canto sempre: quando sono triste per provare la gioia di me stessa, quando sono allegra per gratitudine». 
E gratitudine è il sentimento con cui il mondo dello spettacolo e chi l’amava la saluta. 


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20 febbraio 2026 ( modifica il 20 febbraio 2026 | 11:10)