di
Greta Privitera
Il presidente mantiene la linea dell’ambiguità
A Washington, davanti al pannello blu dove spicca il nome del «Board of Peace» — quel Consiglio di Pace per Gaza appena inaugurato –— Donald Trump minaccia un’altra guerra. Lui, che di solito improvvisa a braccio, stavolta legge da un foglio: «Scopriremo cosa succede con l’Iran tra una decina di giorni. Potremmo dover fare un passo avanti, o forse no. Magari troveremo un accordo. Ma se non accettano, succederanno cose brutte».
«Dieci, quindici giorni», ripete a bordo dell’Air Force One. È l’ultimatum che il presidente americano dà agli ayatollah, con cui dal 5 febbraio s’è rimesso seduto al tavolo per inseguire un’intesa sul nucleare.
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Se Ali Khamenei non vuole altre bombe su Teheran deve cedere alle pretese impazienti di Trump che paiono lontane dalle concessioni che la Guida suprema sembra essere disposto a fare. Al cuore della disputa c’è il programma atomico iraniano. E ieri Teheran ha ribadito il suo diritto all’arricchimento dell’uranio per scopi civili.
Entrambe le parti giurano di voler andare avanti col dialogo, ma su cosa discutere non c’è ancora un accordo. L’Iran, che nega ambizioni atomiche, pretende di circoscrivere i colloqui al nucleare e chiede la fine delle sanzioni che soffocano l’economia. Washington, invece, esige un pacchetto che copra anche il programma missilistico e gli aiuti ai gruppi armati anti-israeliani in giro per la regione.
Fonti diplomatiche spiegano che i negoziati arrancano, malgrado Abbas Araghchi, capo della diplomazia di Teheran, abbia parlato di «progressi», e aggiungono: «Anche se Trump non ha ancora deciso, potremmo aspettarci un attacco a breve, anche nel weekend». Ma se le minacce sono pane quotidiano, la «big armada» — Trump l’ha battezzata così — è un’altra storia, è la realtà che incombe. L’impressionante potenza di fuoco che gli Stati Uniti stanno ammassando attorno all’Iran è composta da oltre cento caccia e velivoli militari, una quindicina di navi da guerra, lancia-missili, sistemi difensivi e centri logistici di supporto. La portaerei Uss Lincoln è già in posizione. E negli ultimi giorni si è saputo che verrà affiancata dalla «sorella» Uss Gerald R. Ford, la più grande al mondo. Sul New York Times si legge che la seconda portaerei, che arriverà in zona nel weekend, avrà il compito di fare da scudo a Israele contro un possibile attacco iraniano.
Uno spiegamento del genere non si vedeva dal 2003, dai tempi dell’invasione dell’Iraq: si tratta di un arsenale capace di una campagna militare prolungata, molto di più di quell’attacco chirurgico di cui si era parlato a gennaio, quando gli ayatollah hanno dato l’ordine di uccidere migliaia — decine di migliaia secondo alcune fonti — di manifestanti. Il Wall Street Journal scrive che il presidente americano starebbe valutando un primo attacco militare limitato per costringere gli ayatollah ad accettare le sue richieste.
Intanto, secondo The Times, il Regno Unito avrebbe negato agli Usa l’autorizzazione a utilizzare le proprie basi militari. Al presidente iraniano Massoud Pezeshkian non resta che una domanda: «Non vogliamo la guerra, ma se vogliono provare a imporci la loro volontà dovremmo accettarla?».
20 febbraio 2026
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