di
Cesare Giuzzi e Pierpaolo Lio
Dopo gli interrogatori dei 4 agenti indagati oltre a Carmelo Cinturrino, che ha sparato a Abderrahim Mansouri si rafforza l’ipotesi di omicidio volontario. Un testimone: «Cinturrino chiedeva il pizzo a un pusher»
Una trama che sembra uscita da un film. Poliziotti spregiudicati, il tentativo di nascondere le tracce di un omicidio con una messinscena: una pistola messa nelle mani della vittima, testimonianze inventate per coprire chi ha sparato. E strani giri, avanti e indietro dal commissariato Mecenate subito dopo quello sparo che rischiara per un istante la boscaglia di Rogoredo. Quel che sta emergendo dalle indagini sulla morte del 28enne marocchino Abderrahim Mansouri, colpito alla testa il 26 gennaio da un proiettile sparato dall’assistente capo Carmelo Cinturrino, è uno scenario che chi indaga definisce «raccapricciante». E con tanti punti ancora da chiarire. A cominciare da chi e quando ha preso la Beretta 92 a salve e l’ha messa nelle mani della vittima, agonizzante a terra, anziché dare l’allarme. Un buco di 23 minuti in cui sono successe molte cose, troppe. E mai raccontate a verbale dai poliziotti della squadretta investigativa di Mecenate: il 41enne Cinturrino, che ha sparato ed è indagato per omicidio, e altri quattro colleghi per i quali la Procura ha ipotizzato il favoreggiamento e l’omissione di soccorso.
Ieri i quattro sono stati interrogati per ore in Questura dal pm Giovanni Tarzia e dagli investigatori della squadra mobile, guidati da Alfonso Iadevaia. La convinzione degli inquirenti è che quella pistola — che Cinturrino ha detto essergli «stata puntata addosso» prima di reagire sparando — sia stata portata successivamente sulla scena del crimine. Un’ipotesi che, stando a quanto emerso, sarebbe ancora più concreta dopo gli interrogatori dei colleghi. Tre di loro, assistiti dai legali Massimo Pellicciotta e Antonio Buondonno, avrebbero chiarito i «buchi» dei loro primi racconti poche ore dopo la morte di Mansouri. Tutti (un ispettore, due agenti: un uomo e una donna) avrebbero detto di essere arrivati sulla scena solo dopo lo sparo. Una versione che coinciderebbe con quella messa a verbale dallo stesso Cinturrino, difeso dall’avvocato Pietro Porciani. Ma qualcuno avrebbe poi raccontato di aver «saputo» (o capito) solo nei giorni successivi come realmente erano andate le cose
Più delicata la situazione dell’agente 28enne, difeso da Matteo Cherubini, che era con l’assistente capo al momento del colpo. A lui è stato chiesto di chiarire perché dopo lo sparo sia tornato al commissariato di via Quintiliano per poi ritornare in via Impastato e al boschetto. Le telecamere dell’ufficio di polizia lo riprendono mentre s’allontana con uno zaino. L’agente sulle prime avrebbe detto di essere stato mandato a prendere i moduli per i rilievi perché gli agenti sul posto non ne avevano. Una versione che stride con il fatto che è solo dopo l’arrivo del collega 28enne che Cinturrino lancia l’allarme alla centrale e al 118.
Ventitré minuti dopo lo sparo. Gli investigatori, diretti dal procuratore Marcello Viola, sono riusciti a calcolare il tempo trascorso non solo grazie ad almeno un paio di testimoni. Ma anche a due telefonate. Quelle di un altro pusher che avrebbe chiamato la vittima: «Ci sono gli sbirri, scappa».
Subito dopo però i suoi squilli sarebbero rimasti senza risposta. Un dato confermato dai tabulati e dagli accertamenti sui cellulari. E che andrebbe a confermare i sospetti dei legali Debora Piazza e Marco Romagnoli che assistono la famiglia di Mansouri che dal primo giorno ripetono (parole del fratello) che il 28enne non aveva la pistola e che ci sono testimoni che smentirebbero la prima ricostruzione.
Ci sono poi le voci su Cinturrino (ancora in servizio, ma in ufficio e senza pistola). Molte hanno iniziato a circolare al Corvetto (dove viveva la vittima) subito dopo la morte di Mansouri. Altre erano già state raccolte almeno due mesi prima, ma messe nero su bianco solo dopo. È il racconto di un tossicodipendente secondo cui nel palazzo popolare dove la compagna del poliziotto fa la portinaia c’era una centrale di spaccio gestita da due italiani, circostanza conosciuta e «tollerata» da Cinturrino. Che invece avrebbe chiesto «il pizzo» a un pusher straniero. Voci ora al vaglio della Procura.
«Sono compiaciuto – ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, riferendosi agli sviluppi dell’indagine- che la polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà».
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20 febbraio 2026 ( modifica il 20 febbraio 2026 | 13:38)
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